Nuova Umanità
EDITORIALE XXI (1999/2) 122, xxx xxx
FORUM
LABBANDONO
DI GESÙ,
PER UNA cultura DELLUNITÀ
Tavola rotonda
allIncontro internazionale Seminaristi e Rettori di seminario, presso il Centro
Mariapoli di Castel-Gandolfo, il 31 dicembre 1998.
Partecipano Giuseppe Maria Zanghí, Gérard Rossé,
Piero Coda, Jesús Castellano Cervera;
moderatore Hubertus Blaumeiser.
Hubertus
Blaumeiser
In questora noi vorremmo ripensare il tema del nostro congresso, Gesù nel suo
abbandono, però da unangolatura diversa. In questi giorni abbiamo potuto scoprire
Gesù abbandonato come chiave per la vita cristiana. Vorremmo in questora chiederci
qual è la rilevanza culturale di questa scoperta.
Giuseppe Maria Zanghì, da giovane filosofo appena al secondo anno di filosofia a Catania,
nel 1951, si è imbattuto nella spiritualità dellunità. Che cosa ha significato
per lui, come pensatore, questo mistero di Gesù abbandonato?
Giuseppe Maria Zanghí
La conoscenza del Movimento e della spiritualità ebbe un impatto grandissimo nella
mia vita, la mutò radicalmente. E logicamente, dato che studiavo filosofia, ebbe un
impatto anche su tutto il mio modo sia di affrontare gli studi di filosofia sia di
situarmi di fronte alla filosofia. Ovviamente, mi rendevo conto che la capacità di
"utilizzare" (mi si perdoni la parola) la spiritualità del Movimento per
comprendere e approfondire il discorso filosofico, dipendeva anche dalla misura nella
quale io penetravo in questa spiritualità.
E per il discorso filosofico devo dire che un ruolo fondamentale ha giocato proprio Gesù
abbandonato. Più personalmente con la vita entravo in qualche cosa che di per sé parla
di buio, perché Gesù abbandonato è loscuramento, è la tenebra delluomo Dio
sulla croce, più sperimentavo che questa tenebra si trasformava poi lentamente, a seconda
anche della mia corrispondenza, del mio coraggio spirituale, in una luce, ma una luce
diversa da quella alla quale mi ero abituato studiando filosofia: in filosofia si gioca
molto con la luce della ragione, una luce razionale, che ha la sua grandissima importanza;
qui, era una luce di tipo diverso: di tipo proprio spirituale, profondo. Sapienziale.
In questa realtà ho cominciato a rileggere un po la storia della filosofia. Mi
limito a dei cenni, perché in cinque minuti è impossibile dire tutto quello che si
dovrebbe dire. Anzitutto, ho ricapito la grande tradizione filosofica greca e latina - per
la quale avevo una passione particolare. E una filosofia grandissima, ma avendo
scoperto Gesù abbandonato e la luce che egli proietta sul mistero dellincarnazione,
mi veniva subito in evidenza anche il limite profondo della filosofia greca. Per il greco,
che pure è stato il grande scopritore dellessere, la verità è fuori del mondo
sensibile; e questo lo posso capire, perché il Verbo ancora non sera fatto carne:
incominciai a comprendere che lincarnazione del Verbo non è un fatto soltanto
soteriologico, è un accadimento che ci fa ripensare tutto, a partire dal nostro stesso
modo di pensare. Il fatto che il Verbo si faccia carne, ci dice qualcosa della consistenza
della realtà, e della realtà sensibile, cosa che il pensiero greco non poteva in nessun
modo scoprire.
Unaltra osservazione. Per i greci il cosmo includeva tutto; gli dèi erano
"dentro" la realtà del cosmo. Gesù abbandonato, nel suo momento di croce,
della ferita interiore che gli è stata inferta nel suo rapporto col Padre ("Tutti mi
abbandoneranno, tranne il Padre"), raggiunge le fondamenta del mondo, là dove il
mondo si scopre come una realtà che non è se non per la volontà di Uno che lo vuole. E
Gesù abbandonato la fa essere in sé.
Certamente al pensiero greco mancava lintuizione che cè un Assoluto che
"assolutamente" trascende il mondo: ma come è possibile ciò, se non nella luce
di una Incarnazione che, mentre afferma lassoluta Trascendenza di Esso, ne afferma
anche una immanenza nel mondo, per un greco assolutamente impensabile?
Cè poi il grande periodo della patristica e del grande medioevo: questo periodo,
filosoficamente parlando, è un po arduo, ci si pone la domanda di fondo: ma i
padri, i medioevali hanno fatto filosofia o teologia? E che ancora adesso ci si interroghi
sul problema se esista o no una filosofia cristiana, ci dice che il problema non è ancora
del tutto risolto.
A me sembra che dietro questa difficoltà cè la costatazione che
lIncarnazione, e quindi la passione con labbandono e la Risurrezione, era
letta in una chiave direi quasi esclusivamente soteriologica: che il Verbo di Dio si sia
fatto carne, da un punto di vista metafisico ha una sua rilevanza? Mi sembra di dover dire
che per via dellIncarnazione noi siamo ormai di fronte al mistero-realtà della
theantropia: oramai, cioè, lessere è umano e divino, ed è su questo che bisogna
profondamente riflettere, lievitando la metafisica con la storia e radicando nella verità
la storia con la metafisica. Lumanità del Cristo, nel suo abbandono, mi si rivela
nella sua completa umanità: Gesù si rivela veramente uomo: se non si capisce questo,
allora la filosofia, sapere profondamente umano, non può essere compresa nella sua
realtà.
Se poi riflettiamo sulla crisi della filosofia moderna e contemporanea (crisi dovuta anche
alla separazione sia dalla teologia sia dalla rivelazione) non posso non pensare che la
filosofia è salita sulla croce, è entrata nella tenebra dellAbbandonato. In questo
senso amo leggere lavventura della filosofia moderna: come linizio della
penetrazione della Parola di Dio incarnata nel pensiero nella sua nudità creaturale, il
pensiero come pensiero.
In questo senso possiamo capire perché il nulla diventa paradossalmente la categoria
forte del pensiero moderno. La grande domanda di Leibniz, ripresa poi da Heidegger, e non
solo da lui: perché cè lessere anziché il nulla? sarebbe stata
inconcepibile per un pensatore medievale e anche per un greco. Il moderno la capisce,
perché dietro di lui cè quella croce - assunta anche inconsapevolmente - sulla
quale il Cristo ha gridato labbandono.
Accanto a questo, unaltra cosa che ho scoperto con Gesù abbandonato, e mi è
sembrata molto importante, è stata la necessità di allargare lambito della
riflessione al pensiero non europeo, non occidentale. Mi sono reso conto che si è fatta
una confusione tra il pensare e il filosofare, perché il filosofare è di fatto la forma
che il pensare ha assunto in Grecia: è questo, mi sembra, che bisogna capire. Parlare per
esempio di una filosofia indiana, di una filosofia cinese, si può fare, però già in
partenza ci esponiamo a una non-comprensione di quella realtà di pensiero. Maturò allora
dentro di me il bisogno di una radicalità che approdi al di là della filosofia, così da
raggiungere anche altre forme di pensiero (penso allIndia, alla Cina, alle culture
tradizionali). E questa radicalità lho scoperta in Gesù abbandonato.
Gesù abbandonato ha dato tutto. Gesù, che è il pensiero espresso di Dio, è stato come
ridotto allessenziale, una essenzialità che noi non possiamo riuscire a capire.
Spogliato di tutto. Allora, è solo in un pensiero che si lascia dilatare da questa
dimensione, che le forme del pensare si possono incontrare là dove il pensare è
veramente se stesso quando è condotto al di là di sé, nellamore che è
lessenza essenziale dellessere. In questo senso, occorrono pensatori che
facciano del loro cammino di conoscenza non un accrescimento del sapere, ma una continua
riduzione allessenziale del sapere, fino a quando la parola "ceda" il
posto allamore. E in questo pensare-come-amore che tutte le grandi tradizioni
culturali si possono incontrare.
Hubertus Blaumeiser
Gesù abbandonato quindi come chiave di una nuova interpretazione del pensiero e come
chiave di un pensiero nuovo.
Andiamo alle radici, con Gérard Rossé
Questa espressione "Gesù abbandonato", ovviamente, risale a due citazioni nel
Nuovo Testamento. Ma sono proprio solo due frasi nel Nuovo Testamento o cè una
prospettiva più ampia?
Gérard Rossé
E una frase, è il primo versetto o, secondo rispetto a come si legge, del Salmo 22.
Nel passato si parlava normalmente di sette parole di Gesù in croce.. Oggi non più,
perché si capisce che bisogna rispettare la teologia di ogni evangelista. Ora questo
Salmo 22, versetto 1 o 2 si legge soltanto nel Vangelo di Marco, e al suo seguito
nel Vangelo di Matteo. E il racconto della passione nel Vangelo di Marco è
ritenuto il più antico scritto che abbiamo nel Nuovo testamento sulla passione. Quindi
già questo dimostra una certa importanza di quel grido. Poi bisogna tenere presente che
il salmo 22 posto in bocca a Gesù, non è messo come citazione di un Salmo, di un testo
della Scrittura, ma come parole di Gesù, e questo significa, naturalmente, che Marco
tiene al contenuto stesso di quella parola e non pensa a una specie di recita che farebbe
Gesù in croce dellintero Salmo, che finisce in lode e ringraziamento; quindi si
vede già che laccento in Marco è su questo abbandono.
Unaltra cosa: è, nel Vangelo di Marco, lunica parola di Gesù in
croce; non ce ne sono altre; quindi sicuramente come ogni evangelista tiene sempre a
mettere parole essenziali in bocca a Gesù quando sta per morire, per Marco quella parola
del Salmo, messa in bocca a Gesù come sua parola, ha sicuramente un valore fondamentale
per levangelista.
E inoltre confermato dal fatto che labbandono arriva come al culmine di una
serie di abbandoni che iniziano nella passione già con la fuga dei discepoli, poi il
rinnegamento di Pietro, tutti gli scherni della folla, dellautorità giudaica e,
solitudine delle solitudine, cè questo grido di Gesù stesso.
Quindi bisogna veramente prendere sul serio quel grido come un vero grido di Gesù che
lamenta lassenza di Dio nella sua fedeltà a Dio, e quindi solidarizza con tanti
giusti sofferenti dellAntico Testamento, che urlano questo grido di abbandono,
questo non sentire la presenza di Dio.
Unaltra cosa: teologicamente, labbandono è legato alla morte di Gesù, forse
non letterariamente visto che è legato allElia, alla venuta di Elia, secondo lo
scherno dei soldati, ma teologicamente sì. Cioè, il grido dabbandono in Marco non
è interrotto da nessuna parola consolatrice di Dio, quindi questo grido di abbandono
accompagna Gesù fino nella morte; e Dio interviene nella morte.
Tutto il valore teologico è da capire a partire da questa realtà, perché la morte, lo
sappiamo, nella Bibbia è segno della finitudine, certo della creaturalità
delluomo, ma soprattutto anche segno del peccato delluomo, e quindi segno
della lontananza da Dio. E sicuramente dal punto di vista teologico, Marco voleva
significare proprio questo andare di Gesù Figlio di Dio fino in fondo alla condizione
umana di creatura e di peccato, fino in fondo alla situazione di lontananza da Dio.
E quindi vale più che mai quello che anche i padri della Chiesa dicono, che soltanto ciò
che è stato assunto è stato salvato; bisogna partire da lì poi per fare la teologia.
Hubertus Blaumeiser
Il grido di Gesù, quindi, come il significato profondo della passione e morte di
Gesù, della sua solidarietà totale con gli uomini fino ad assumersi le conseguenze del
peccato. Un abisso terribile per chi pensa Dio come Colui che è al di sopra di tutto,
immobile nella sua Trascendenza. Nella teologia questo grido per secoli non è stato molto
presente, mi pare. Chiediamo a Piero Coda di parlarci di questo.
Piero Coda
Il cuore del Nuovo Testamento è racchiuso in una piccola frase della prima lettera di
Giovanni: "Dio è Amore". E la spiegazione di questa frase è Gesù Crocifisso,
è il grido dell'abbandono di Gesù in croce, che dischiude il significato più profondo
della sua passione e morte.
La fede e l'autocoscienza della Chiesa, a livello profondo, l'hanno sempre saputo. Ma
direi che solo oggi queste due realtà - Dio/Amore e Gesù Abbandonato - non solo
acquistano un'indiscussa centralità, ma si presentano anche come i due
fuochi, indisgiungibili, di un'ellisse, dove l'uno illumina l'altro, e
viceversa.
E allora viene subito da chiedersi: perché solo oggi Gesù abbandonato assume
esplicitamente questa centralità: sino a poter essere definito "il Dio del nostro
tempo" come fa Chiara Lubich? Perché - penso - occorreva prima mettere al sicuro,
nella coscienza della Chiesa, le due verità fondamentali della rivelazione cristiana:
Gesù vero Dio e vero uomo, da una parte, e Dio Uno e Trino, dall'altra, proprio come
hanno fatto i dogmi dei primi secoli della Chiesa.
L'attenzione dei Padri della Chiesa e dei grandi dottori medioevali,
infatti, è rivolta soprattutto all'espressione e alla comprensione di queste due verità.
E il grido dell'abbandono viene letto in ottica cristologica e soteriologica, non tanto in
riferimento alla Trinità.
Ci si chiede: com'è possibile e perché Gesù - che è vero Dio - può
lanciare questo grido scandaloso? La risposta - tipica quella di Agostino - è chiara: è possibile
perché, oltre che vero Dio, Gesù è vero uomo; e il motivo del suo grido sta nel
fatto che egli prende su di sé il peccato degli uomini per espiarlo.
Per cui si deve dire, insieme, che Unus de Trinitate passus est, e che Gesù grida
come uomo a nome del suo corpo, che è la Chiesa.
Nella modernità - più nella filosofia e nella mistica che nella teologia -
s'intuisce che l'evento dell'abbandono ci dice qualcosa non solo sull'agire
salvifico di Dio, ma sul suo stesso essere. Si comincia a parlare - anche in forma
negativa, ateistica, spesso sotto la sferza di un'esperienza nuova, abissale, della
libertà e del male - di "morte di Dio". Penso, sia pur in modi diversi, a
Hegel, Nietzsche, Heidegger
La teologia del nostro secolo - anche provocata dal pensiero moderno - mette allora
in rapporto Gesù Crocifisso e Abbandonato e la Trinità. Scopre, cioè, che l'evento
dell'abbandono è evento trinitario: Gesù Abbandonato rivela chi è Dio
Amore. E' significativo che ciò avvenga in tutte e tre le grandi confessioni cristiane:
penso a K. Barth, D. Bonhoeffer e E. Jüngel per quella evangelica; a S. Bulgakov per
quella ortodossa; a H.U. von Balthasar per quella cattolica.
In questo contesto si colloca, con una sua peculiare originalità, la visione di Gesù
Abbandonato di Chiara. Che non è frutto di studio, ma di un carisma. Vi sono
infatti dei carismi, cioè dei doni dello Spirito Santo - spiega von Balthasar -, che
hanno da Dio la luce di dischiudere, per la Chiesa, uno sguardo nuovo sul centro della
rivelazione. Tanto che Chiara ha potuto dire che il carisma dell'unità è "la
rivelazione di Gesù Abbandonato".
Due direi, soprattutto, sono le novità di questa visione.
Da una parte, Gesù Abbandonato ci rivela il segreto, la dinamica di quell'Amore che è
Dio. Egli ci dice che l'Amore (Dio) è perché non è: è amore, perché si dà
(non è); ma proprio così è, è amore.
Ricordo quando ho sentito questa espressione di Chiara la prima volta. Avevo, penso, 17
anni e ho intuito che lì c'era qualche cosa che sconvolgeva il mio modo di pensare e di
vivere, perché avevo sempre sentito che io sono se sono; se non sono, non sono: è il
principio di non contraddizione di Aristotele basato sull'essere in sé. Mentre lì
sentivo dire: io sono se non sono
Intuivo che così era dischiusa la legge
dell'essere, di un essere che è amore, e allo stesso tempo che Dio me l'avrebbe fatta
capire solamente quando io un poco l'avessi vissuta. E infatti è stato così nella mia
esperienza.
Ma ecco come si esprime Chiara stessa riferendosi all'Essere di Dio Uno e Trino: "Il
Padre genera per amore il Figlio, si 'perde' in Lui, vive in Lui, si fa, in certo modo,
'non essere' per amore e proprio così è, è Padre. Il Figlio, quale eco del Padre, torna
per amore al Padre, si 'perde' in Lui, vive in Lui, si fa, in certo modo, 'non essere' per
amore e proprio così è, è Figlio; lo Spirito Santo che è il reciproco amore tra Padre
e Figlio, il loro vincolo d'unità, si fa, anch'Egli, in certo modo, 'non essere', per
amore, e proprio così è, è lo Spirito Santo".
Allo stesso tempo, Gesù Abbandonato ci fa partecipare alla vita di Dio: Egli, infatti, è
il Figlio di Dio fatto uomo che, per noi, dà non solo la sua vita umana, ma anche il suo
essere-Dio (si svuota, lo perde, è la kenosi di cui ci parla S. Paolo in Fil
2,7): ma così è (risorge) e partecipa agli uomini - nello Spirito Santo - il suo
esser-Dio, ci fa figli nel Figlio.
Di qui la seconda novità: noi, perché figli nel Figlio, siamo chiamati a vivere
tra noi amandoci come Gesù Abbandonato ci ha amati, dando tutto,
"perdendo" anche Dio in noi per Dio nel fratello. Gesù Abbandonato, dunque, è
lo stile del nostro amore cristiano, è la legge della vita della Trinità sulla
terra.
Hubertus Blaumeiser
La mistica attinge non tanto alla riflessione, allo studio, quanto
allesperienza. Cè un lungo silenzio della teologia sullabbandono di
Gesù; qualche cenno si trova invece nella mistica. Chiediamo a padre Castellano in che
misura il mistero di Gesù abbandonato è stato presente nella mistica.
Jesús Castellano Cervera
Il grido di Gesù con la sua portata teologica e spirituale di rivelazione del divino e di
esperienza vissuta, è rimasto come velato nella sua più intima comprensione attraverso i
secoli.
I commenti dei Padri sul senso esperienziale di questo grido rimangono in qualche modo
nella periferia del mistero, nell'alone di luce che vi si sprigiona, ma troppo al di fuori
della esperienza umana che l'ha provocato.
I teologi non sono arrivati a percepire la profondità dell'esperienza umana e divina che
si celava nel grido di Gesù.
Sono state le esperienze di alcuni spirituali e mistici che a partire dalla percezione
dell'assenza di Dio e dell'abisso dell'oscurità, nella prova stessa della fede si sono
aperti alla comprensione del mistero che si cela nel grido di Gesù in croce.
Il mistero del Crocifisso contemplato dai santi come di fronte a Lui diventa in certo modo
il mistero dell'Abbandonato, quando lo Spirito ha fatto sperimentare qualcosa dell'abisso
di dolore spirituale e di amore che Gesù ha vissuto nella croce e che ha espresso nel suo
grido lancinante, in quella parola acuminata che sembra fendere il cielo e la terra: Dio
mio, Dio mio.
Ciò era stato percepito con grande lucidità da Giovanni della Croce quattro secoli fa, a
partire da concrete profonde esperienze personali di solitudine e di abbandono che gli
avevano permesso di cogliere il senso profondo del grido di Gesù in Croce. Per questo in
una pagina antologica aveva proposto la sua contemplazione del mistero di Gesù in Croce
come vertice della spiritualità e misura massima dell'amore per il Padre e della
fecondità della redenzione.
Egli ha scritto "...E' evidente come, al momento della morte Egli fosse annichilito
anche nell'anima, senza alcun sollievo e conforto, essendo stato lasciato dal Padre
secondo la parte inferiore, in un'intima aridità, così grande che fu costretto a
gridare: "Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?" (Mt 27,44).
Quello fu l'abbandono più desolante che avesse esperimentato nei sensi durante la sua
vita e, proprio mentre ne era oppresso, Egli compì l'opera più meravigliosa di quante ne
avesse compiute in cielo e in terra durante la sua esistenza terrena ricca di miracoli e
di prodigi, opera che consiste nell'aver riconciliato e unito a Dio, per grazia, il genere
umano. Ciò dunque avvenne nel momento in cui nostro Signore raggiunse in massimo del suo
annichilimento in ogni campo: nella reputazione degli uomini, i quali vedendolo morire,
invece di stimarlo, si burlavano di lui; nella natura, nel cui confronto si annichilì
morendo; nell'aiuto e conforto spirituale del Padre che in quel momento lo abbandonò
affinché puramente pagasse il debito e unisse l'uomo con Dio. In tal modo Cristo rimasse
annichilito e ridotto quasi nel nulla..." (Salita del Monte Carmelo, II, cap.
7, n. 11).
Hubertus Blaumeiser
Vorrei chiedere a padre Jesùs Castellano qualche cosa alla luce di quello che Piero
Coda diceva prima. Mi sembra che tu hai parlato qui di Gesù abbandonato in quella che
Piero chiamava la linea cristologica, cioè come la rivelazione dellamore del Figlio
di Dio per lumanità, di Dio per lumanità. In san Giovanni della Croce
cè anche uno squarcio dentro la vita trinitaria e cè la prospettiva che
questa è la legge della vita della Chiesa. Come le spiritualità e i carismi trovano un
punto di unità in Gesù Abbandonato e possono rinnovarsi a partire da esso?
Jesús Castellano Cervera
Gesù Crocifisso e Abbandonato è davvero il vertice e la sintesi di ogni
spiritualità. I Santi di tutti i tempi verrebbero unanimi e compatti a rendere
testimonianza di questa verità vissuta. Essi contemplano e vivono in Cristo Crocifisso e
Abbandonato il modello più alto dell'amore del Padre e dei fratelli, misura e criterio
della autentica spiritualità cristiana. L'Abbandono di Gesù infatti congiunge con il suo
amore le due sponde più separate: la comunione con il peccato e i peccatori e l'unità
con la santità di Dio.
Gesú Abbandonato ha il sapore dell'amore puro per Dio che lo provoca a rivelarsi come
Amore infinito, è l'adempimento perfetto della sua volontà fino al vertice dell'umano.
Egli è il santo e la santità perfetta, la congiunzione di tutti i paradossi. E' il
fedele al disegno del Padre. E' lo Sposo che ha sposato in sé tutta l'umanità affinché
nessuno rimanga senza speranza anche nelle situazioni più disperate.
E' nella misura che noi comprendiamo che il Crocifisso è l'Abbandonato che incominciamo a
capire come dal grido di Gesú sgorga il battesimo e il dono dello Spirito Santo; che egli
è il perdono supremo di tutti i nostri peccati che egli ha assunto e perdonato nel suo
grido di dolore e di amore. Che Gesú è sacerdote supremo di tutta l'umanità e del cosmo
perché è lì che congiunge come mediatore il cielo e la terra. E che è `pure il modello
della spiritualità sponsale.
Possiamo quindi dire che egli è la sintesi della spiritualità cristiana e delle diverse
spiritualità nella Chiesa.
Le parole vive del Vangelo vissute dai Santi e proposte come tante vie evangeliche sono
come la spiritualità unica; esse tendono a riunirsi nell'ultima parola di Gesù, nel
vertice della sua esperienza che tutto sintetizza e tutto avvolge: il mistero di Gesù
Crocifisso a Abbandonato. Ognuna raggiunge in Lui il suo vertice. Gesù Abbandonato è
l'amore supremo, il culto spirituale per eccellenza, la preghiera più alta e feconda,
l'obbedienza più difficile e gradita, lo spogliamento più assoluto, la verginità più
feconda.
In Lui si può contemplare realizzata la perfezione della vita sacerdotale e della
spiritualità sacerdotale vera, cioè di un servizio per amore fino al dono della vita;
una carità pastorale che è un costante esodo totale da sé per condividere la situazione
dei fratelli.
Egli manifesta la misteriosa prova purificatrice del fallimento apostolico e la pienezza
della fecondità missionaria, le varie notti dello spirito che preludono le giornate
luminose di Pasqua. Ogni esperienza spirituale, ogni espressione della santità ed ogni
misura della perfezione cristiana, ha in lui il suo vertice e la sua sintesi, se le si
contempla nel cuore e nello Spirito dell'Abbandonato. Ogni carisma si ritrova in Lui come
allo stato puro, ed ha in lui la sua sorgente se è vero che dal cuore trafitto di Cristo
sgorgano i fiumi dello Spirito, pienezza di tutti i doni e di tutti carismi.
E tutti ci ritroviamo uniti in lui come nella sorgente e nel vertice di ogni spiritualità
che ci fa uno.
Hubertus Blaumeiser
Torniamo alle radici.
E rimaniamo sempre in questa prospettiva aperta da Piero Coda: Gesù abbandonato come
rivelazione di Dio non solo nel suo agire verso lumanità, ma nella sua vita intima,
e Gesù abbandonato come rivelazione della vita, rivelazione ultima della legge che regola
o della dinamica che caratterizza la vita ecclesiale.
Gérard Rossé
Non cè un approfondimento esplicito su Gesù abbandonato nel Nuovo Testamento,
però la realtà di Gesù abbandonato fa da sfondo, è presente un po ovunque negli
scritti del Nuovo testamento, che sono testimonianza della vita delle prime comunità.
Qualche volta emerge: basta pensare a quella frase del Deuteronomio:
"Maledetto lappeso al legno", che viene riferita da Paolo riguardo al
Crocifisso; e si è scoperto anche non molti anni fa che a Qumran, e quindi in
quellepoca nel giudaismo, si aveva labitudine di attribuire questa
maledizione, questa dimensione religiosa, a un crocifisso nel nome della Legge. E quindi,
lì è già presente. E vero che Paolo non lo sviluppa teologicamente, ne parla a
proposito della Legge (in Gal 3, 13).
Lidea dellabbandono è anche presente in altri testi. Limmagine del
morire fuori dalle mura, per esempio. Se ne parla nella Lettera agli Ebrei, nella
parabola dei vignaioli omicidi, il figlio che viene ucciso fuori dalla vigna: la vigna è
Israele; ora, fuori dalle mura vuol dire lì dove non cè Dio, perché dentro le
mura cè il tempio, cè la presenza di YHWH. Quindi una morte fuori vuol dire
una morte dove non cè Dio, e quindi cè questa solidarietà del Crocifisso
con lumanità lontana da Dio. Cè questo simbolismo.
Adesso per capire lapprofondimento e le piste che il Nuovo Testamento può suggerire
poi alla teologia, bisogna anche tenere conto di certi altri dati che Piero infatti ha
già enumerato, e cioè che Gesù non è solo uomo, è Figlio di Dio; e quindi tutto
quello che lui vive (si chiama lobbedienza), è vissuto dal Figlio allinterno
della Trinità.
Laltra cosa è come il Nuovo Testamento tiene sempre a sottolineare questa
obbedienza di Gesù, in relazione alla sua morte. Cè la famosa parola greca dei,
cioè "occorre, è necessario" che Gesù muoia.. Che non vuol dire sottomissione
a un destino fatale, ma Gesù fa sua la volontà salvifica del Padre a favore
delluomo, la quale per raggiungere luomo non poteva non passare per questa
morte. Unaltra cosa che viene rivelata è lamore, direi, fino alla pazzia di
Dio nei confronti dellumanità. Questo Paolo lha sviluppato nella Prima ai
Corinti, primo capitolo, in cui dice che veramente Gesù crocifisso è stoltezza, è
follia, mentre in realtà è sapienza di Dio e Dio non teme di dare di Sé
unimmagine contraria a come luomo religioso si rappresenta Dio. Quindi è una
cosa estremamente seria, è travolgente.
Unaltra apertura è il tipo di salvezza stessa: in che cosa consiste? E qui si vede
come labbandono insegna che per Gesù la salvezza non è una specie di evento
esterno a lui, ma ha una dimensione essenzialmente esistenziale, cioè Egli deve vivere
nella sua propria carne questa solidarietà con luomo fino in fondo, e in quella
solidarietà vivere il suo rapporto con Dio, cioè vivere il suo rapporto filiale con il
Padre. Quindi è una realtà non di pagamento o di soddisfazione alla giustizia divina.
Laltra cosa che dice ancora labbandono è che la salvezza non si limita solo a
ottenere il perdono dei peccati, ma inaugura lora escatologica perché Gesù vive
lunità massima con Dio, proprio in questa profondità in cui raggiunge luomo
e lo porta nel seno del Padre; quindi non solo rimette i debiti o i peccati: veramente
inizia la nuova creazione. E quindi non si può staccare salvezza ed escatologia, cioè
pienezza realizzata, compimento del progetto di Dio.
Unaltra cosa, che appare in Paolo, è che Gesù abbandonato (anche se lui non lo
dice così, ma parla del Crocifisso semplicemente), è veramente la chiave
dellapostolato o, se volete, anche della missione universale della chiesa. E questo
già dal punto di vista della storia... come tappa nella storia della salvezza, perché la
missione della chiesa era possibile solo se usciva dal giudaismo. E questo è possibile
solo se uno è capace di perdere Dio per Dio, cioè se vive Gesù abbandonato, anche se
gli dà un altro nome. Ora ricordiamo che effettivamente uscire dalla Legge non vuol dire
uscire da un sistema legale di comandamenti, vuol dire uscire dallAlleanza, perché
la Legge era per il giudeo, e anche per il giudeo cristiano allinizio, la condizione
per rimanere in comunione con Dio. Ora la missione universale è solo possibile se si
supera questa realtà. Lincidente di Antiochia è molto significativo da questo
punto di vista.
Laltra cosa è che lo scopo stesso della missione universale è raggiungere
luomo dove è nella sua lontananza da Dio; e anche questo è Gesù abbandonato in
fondo che lo dice, cioè la capacità di trovare Dio lì dove non cè Dio.
Poi è il metodo stesso: quello che Paolo dice: "farsi tutto a tutti"; Paolo
stesso dice: questo è possibile solo se io sono capace di farmi senza Legge con chi non
ha Legge, nel senso proprio di saper abbandonare quella comunione con Dio che la Legge gli
darebbe, per poter solidarizzare con chi non ce lha.
E poi ovviamente cè anche laspetto etico, su cui non mi soffermo, perché
Piero Coda ne ha parlato, cioè la misura stessa dellamore. E lessere
con-morti con Cristo, da vivere nei rapporti. Quindi Gesù abbandonato è anche la chiave
di unità e il tipo di amore reciproco da vivere.
Hubertus Blaumeiser
Quindi una grandissima ricchezza di prospettive che si apre proprio a partire dal mistero
di Gesù crocifisso e abbandonato.
Chiediamo a Piero, come teologo: il mistero di Gesù crocifisso e abbandonato può essere
il punto chiave di una nuova sintesi teologica?
Piero Coda
Vorrei dire una parola, rispettivamente, su due compiti della teologia e, più
in generale, della cultura del nostro tempo, sui quali sono convinto che Gesù Abbandonato
ha da offrire un contributo decisivo. Entrambi sono ricordati da Giovanni Paolo II nella
sua recente enciclica Fides et ratio.
Al n. 93, il Papa dice che al centro della teologia vi dev'essere oggi la
contemplazione del mistero di Dio Uno e Trino alla luce della kenosi di Dio in
Gesù.
Molti mistici dicono che il Verbo di Dio è l'occhio con cui Dio ci guarda. Chiara si
esprime in termini analoghi, dicendo che Gesù Abbandonato è "la pupilla dell'Occhio
di Dio sul mondo: un Vuoto infinito attraverso il quale Dio guarda noi: la finestra di Dio
spalancata sul mondo e la finestra dell'umanità attraverso la quale si vede Dio".
Quando ho ascoltato la prima volta questa frase sono stato come capovolto, perché ho
avvertito che lì qualcosa feriva la mia intelligenza, la mia vita, vi entrava dentro e
ricostruiva il mio rapporto con Dio, il mio modo di vedere Dio. Perché?
Perché, in realtà, noi possiamo conoscere Dio perché Egli per primo ci conosce, in una
conoscenza che ci crea e ci ri-crea. E Lui ci conosce pienamente in Gesù Abbandonato: in
Lui Dio raggiunge col suo amore tutti e ciascuno, così che niente e nessuno è più fuori
dell'orizzonte del suo sguardo d'amore. In Gesù abbandonato Dio ci conosce così come
siamo, illuminati e trasformati dal suo amore infinito. Dunque, anche noi, a nostra volta,
possiamo conoscere Dio per Chi Egli veramente è, in tutto il suo Amore, in Gesù
Abbandonato.
Ne consegue che Gesù Abbandonato non è un tema tra gli altri della teologia. E' la
chiave di tutta la teologia. La teologia, in effetti, ha un unico oggetto: Dio; Dio
conosciuto in Se stesso; Dio conosciuto fuori di Sé, nella creazione, nell'umanità che
è sua immagine; e Dio "tutto in tutti", come già ora è in Gesù Risorto e in
Maria assunta in cielo e come lo sarà alla fine dei tempi in tutte le cose.
Gesù Abbandonato ci fa appunto conoscere Dio in Sé (come Amore), Dio fuori di Sé
(creazione, incarnazione, divinizzazione: come storia d'amore di Dio con noi), Dio tutto
in tutti (come amore consumato). In una parola, ci fa conoscere tutta la teologia.
Ma per conoscere così Dio, occorre entrare in Dio, occorre che la nostra mente sia
crocifissa e risorga con Cristo. Gesù abbandonato è la chiave che ci introduce in
quell'essere in Gesù che ci porta in Dio e che ci fa conoscere Dio, perché Dio lo
conosco solo se sono in Dio; se non sono in Dio non conoscerò mai Dio, sarò sempre
fuori, come ai confini di una circonferenza
Gesù abbandonato mi mette dentro Dio,
nel modo, tra l'altro, più semplice che ci sia, perché, nel momento in cui amo l'altro,
gli voglio bene vedendo Gesù in lui, "muoio" a me stesso per essere uno con
lui, e così, per questo nostro amore, vivo Gesù abbandonato ed entro in Dio.
Ciò lo possiamo realizzare nella vita di comunione e di unità anche a livello
intellettuale, staccandoci dal nostro modo di pensare, dal pensare stesso per farci uno -
come Gesù Abbandonato - con i fratelli. La vita d'unità è perciò la base, il
presupposto, di un nuovo modo di fare teologia: in cui conosciamo Dio perché siamo in
Dio - per l'amore reciproco, grazie a Gesù Abbandonato.
Gesù abbandonato, dunque, non è solo la chiave della teologia, ma anche il metodo
della teologia che nasce dall'unità vissuta.
Il secondo compito che ci è proposto dal Papa nella Fides et ratio, nel n.
85, è quello di giungere - nel corso del prossimo millennio - "a una visione
organica e unitaria del sapere". Con la modernità, infatti, s'è infranta
l'unità del sapere. La nostra epoca - anche per l'incontro tra le diverse culture e
religioni - è sotto il segno del pluralismo.
Eppure Dio è uno, il mondo è uno, l'uomo è uno. Si sente l'esigenza di giungere a una
nuova sintesi dei saperi che dia gloria a Dio e sia autenticamente a servizio
dell'umanità, a cominciare dagli ultimi.
Anche in questo senso - penso, e l'esperienza d'interdisciplinarietà della scuola Abbà
ce ne dice qualcosa - Gesù Abbandonato è la strada. Sotto due profili. Innanzi tutto,
perché - vissuto dai cultori delle diverse discipline - fa vivere Gesù in loro per
l'unità: perché "crocifigge" e fa "risorgere" in Cristo il
proprio io e dunque anche il proprio modo d'esercitare l'intelligenza. Per cui è Gesù,
in ciascuno, che fa lo scienziato, il filosofo, il teologo
Così ogni scienza,
generata dall'amore, è a servizio dell'altra, vive in rapporto trinitario con le altre.
In secondo luogo, perché Gesù Abbandonato ci dischiude il senso dell'essere che
sta sotto tutte le cose: ci dischiude, cioè, una nuova ontologia, l'ontologia dell'amore,
della Trinità, della relazione che lega Dio alle realtà create e le realtà create tra
di loro.
In Lui, dunque, le diverse scienze possono trovare, pur nella loro necessaria distinzione
e autonomia dei diversi metodi, uno sguardo che le accomuna. Perché l'impronta di Dio,
Uno e Trino, in Gesù Abbandonato è inscritta in tutte le cose create e in tutte le
realtà umane.
Basti pensare alla cosmologia contemporanea, con la visione dinamica e relazionale che ci
presenta; o alla psicologia, con la centralità del rapporto intersoggettivo
son
tutte realtà che richiamano Gesù Abbandonato e la Trinità.
Dunque: lavorare con umiltà e fiducia per un incontro tra i diversi saperi, in Gesù
Abbandonato, non è più un'utopia: ma un orizzonte realistico e affascinante. Non hýbris
della ragione, ma grazia di Dio e creatività responsabile della persona umana che vive in
comunione.
Hubertus Blaumeiser
Torniamo allinizio del nostro dialogo: Gesù abbandonato e la cultura, Gesù
abbandonato e la cultura di oggi che sta attraversando un momento così difficile, spesso
visto tanto negativamente da pensatori cristiani.
Giuseppe Maria Zanghí
Dopo tutto quello che è stato detto da Piero Coda, da Gérard Rossé, da padre
Jesús, concludere per me è più facile, perché si sono aperti degli squarci attraverso
i quali si è potuti penetrare più intensamente in questa realtà, in questo mistero che
è Gesù abbandonato. Mi riallaccio a ciò che dicevo allinizio, quando mi è parso
di scoprire nellavventura della cultura moderna, la figura del Crocifisso
abbandonato; non solo del Crocifisso, ma dellAbbandonato.
In questa ottica, quando si leggono Hegel, Schelling, Nietzsche, Heidegger, dobbiamo
sempre misurarci col grido di Cristo che grida: Perché mi hai abbandonato?
Per illustrare questo, cito un brano di Giovanni Paolo II, da un discorso
dellottobre 1982, al V Simposio dei Vescovi europei. Non ho mai sentito esprimere
con tanta lucidità la maniera con la quale dobbiamo misurarci col pensiero contemporaneo.
"Le crisi delluomo europeo - dice il Papa - sono le crisi delluomo
cristiano. Le crisi della cultura europea sono le crisi della cultura cristiana. Ancor
più profondamente possiamo affermare che queste prove, queste tentazioni e questo esito
del dramma europeo, non solo interpellano il cristianesimo e la Chiesa dal di fuori, come
una difficoltà o un ostacolo esterno, ma in un certo senso vero, sono interiori al
cristianesimo e alla Chiesa. Scopriamo, forse non senza meraviglia, che le crisi e le
tentazioni delluomo europeo e dellEuropa, sono crisi e tentazioni del
cristianesimo e della Chiesa in Europa. In questa luce il cristianesimo può scoprire,
nellavventura dello spirito europeo - [e io mi permetterei di aggiungere: dello
spirito dellOccidente, allargando anche alle Americhe] - le tentazioni, le
infedeltà e i rischi che sono propri delluomo nel suo rapporto essenziale con Dio
in Cristo".
Questo testo, per me, è di una importanza e di una profondità estreme, per rispondere
alla domanda che non possiamo non porci: come mai una cultura che è nata
dallincontro tra la fede cristiana e la grande cultura greco-latina, ed è cresciuta
come fede cristiana, adesso ha questo esito che tutti noi verifichiamo? Come mai il
nichilismo, il consumismo?
E che non si tratta del rapporto essenziale delluomo con Dio, ma
delluomo con Dio in Cristo.
Se non si mette al centro della nostra riflessione filosofica Cristo in tutto larco
della sua vita, dallIncarnazione alla Risurrezione, non possiamo capire quello che
accade. Nel rapporto delluomo, in particolare della sua intelligenza, con Dio, è
entrato il Verbo di Dio fatto uomo, con il suo messaggio. Occorre pensare lAssoluto
che è Trinità, lAssoluto che sincarna, si fa uomo e individuo, uno fra tanti
uomini; pensare la carne, lesistenza intera, fatta Dio! Dobbiamo allora non stupirci
che un annuncio di questa fatta non può penetrare nella mente delluomo e lasciarla
quella che era prima: la provoca, la rovescia, affinché lentamente, nella fedeltà allo
Spirito, luomo possa trovare, possa "inventare", quelle categorie che
riescano ad esprimere in maniera sempre più vicina alla realtà, la novità del messaggio
cristiano. In questo senso non temo di guardare allavventura della cultura
dellEuropa, dellOccidente, come a una notte oscura epocale.
Nel medioevo abbiamo avuto forse un momento fortissimo di luce: è il momento delle grandi
sintesi intellettuali, delle università; è il momento della grande arte (si pensi alle
immense cattedrali, a un poeta come Dante). A un certo momento tutto questo comincia ad
abbuiarsi. Un mistico potrebbe raccontarci, per la sua esperienza, come, dopo il momento
dellilluminazione, luomo deve entrare in quellaltro momento che si
chiama notte dello spirito.
Io penso che dovremmo leggere lavventura del pensiero (che vuol dire autori ben
precisi, dei quali alle volte ci spaventiamo o ci scandalizziamo: ma ricordiamoci che
Cristo è disceso agli inferi!) come un segno di questa notte oscura che una cultura
intera sta vivendo per rispondere fedelmente alla chiamata del Vangelo.
Quindi la cultura dellOccidente, che appare come una grande infedele al Vangelo, nel
fondo, in questa infedeltà, sta cercando una fedeltà profonda.
Che cosa manca, mi chiedo, a questa cultura? Manca lalba della risurrezione. Il
momento in cui Cristo appare e Maria di Magdala lo riconosce. E che cosa si può fare per
portare la cultura odierna al giardino di Pasqua? Bisogna, penso, che questa cultura si
incontri non con delle teorie, non con degli schemi, ma con il Cristo risorto, quel
Gesù abbandonato che al di là del suo abbandono si manifesta nella gloria della
risurrezione.
Ciò che noi cristiani, su un piano vitale prima, e poi anche culturale, possiamo
presentare come risposta alla domanda della ricerca della cultura contemporanea, è il
Cristo risorto vivente in mezzo a noi. Qui si aprono gli spazi di luce in questo grande
bosco senza sentieri nel quale si è inoltrata la cultura contemporanea.
E nellunità vissuta - che è poi la Chiesa nella sua essenza - il pensare
"sciolto" nellamore, può "inventare" quelle categorie
"nuove" che abbiano lo splendore immutabile della verità e la duttile
plasticità della vita.
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