Cultura
"Per una cultura rinnovata"
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PER UNA CULTURA RINNOVATA
Alcune piste di riflessione

EDITORIALE Nuova Umanità
XX (1998/5) 119

Nota introduttiva
Il mondo
La persona
Il pensare
La parola
Dio


Paolo VI aveva osservato che la grande crisi dei nostri tempi, nell’Occidente, è la frattura tra Evangelo e cultura. E’ da questa frattura che ha preso volto la cultura oggi a noi contemporanea.
Per le sorti stesse della civiltà planetaria è una necessità primaria superare questa frattura.
Giovanni Paolo II all’inizio del suo pontificato, ha invitato tutti ad aprirsi a Cristo, luce per ogni uomo: consapevole che è nel Cristo che si trova il luogo in cui questa frattura può essere sanata.
La Conferenza Episcopale Italiana ha raccolto rappresentanti dei vari ambiti del sapere proprio per l’elaborazione di un progetto culturale. Progetto più che mai necessario, oggi che le frontiere del dialogo si dilatano, e il dialogo stesso appare sempre più come via alla cultura e luogo di cultura.
E’ una sfida, questa, per la realtà cristiana nella sua vocazione di incarnare il trascendente e trascendere l’immanente. Senza rigettare il travaglio e le conquiste delle ultime epoche, protendendosi in avanti, occorre recuperare attualizzata per l’oggi la grande lezione umana e cristiana magnificamente espressa da sant’Agostino: " (...) entrai nell’intimo del mio cuore sotto la tua guida (...). Vi entrai, e scorsi con l’occhio della mia anima, per quanto torbido fosse, sopra l’occhio medesimo della mia anima, sopra la mia intelligenza, una luce immutabile. Non questa luce comune, visibile ad ogni carne, nè della stessa specie ma di potenza superiore (...). Non così era quella, ma cosa diversa, molto diversa da tutte le luci di questa terra. (...) Chi conosce la verità, la conosce, e chi la conosce, conosce l’eternità. La carità la conosce".
Questa carità ha tutta la sua forza rivelativa e liberatrice e salvatrice nel Crocefisso. Per questo san Paolo poteva dire: "Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dov’è il sottile ragionatore di questo mondo? (...) noi predichiamo Cristo crocefisso (...) potenza di Dio e sapienza di Dio (...)" (1 Cor 1, 20.23.24). Il Cristo crocefisso, radice di una cultura rinnovata.
Tento qui di presentare, in alcuni paragrafi, un breve saggio su una cultura rinnovata, che è già, per la presenza di Gesù in mezzo a noi, realtà esperienziale. Avrò come punto di riferimento soprattutto la cultura dell’Occidente, ma anche le culture dette "tradizionali", cioè quelle che, fuor dell'ambito cristiano, hanno elaborato una visione della totalità all'interno di una profonda apertura esperienziale a Dio, all'Assoluto, sulla base di valori comuni, inscritti da Dio nella "carne" dell’uomo.
Ogni paragrafo è preceduto da un breve testo di Chiara Lubich, che mi sembra, aldilà di quanto potrò dire io, di luce grande per i punti che verranno affrontati.


sommario1. Nota introduttiva

Tutto va trattato con l’amore del Padre verso il Figlio.
Che cuore largo e che sorriso di Dio sulle cose
attraverso i nostri occhi.
Tutto è sostanza di amore
.

Paolo VI profeticamente ha indicato alla Chiesa e al mondo il senso del cammino dell’uomo, da sempre ma oggi in maniera tutta particolare e, forse, decisiva: l’approdo ad una civiltà dell’amore. Una civiltà dell’unità, che è l’amore consumato. Scrive Chiara Lubich: "Le creature dell’universo sono in marcia verso l’unità, verso Dio, per indiarsi, e si indiano attraverso l’uomo". Dietro i grandi movimenti di aggregazione nella storia, formazione di imperi, egemonie, è nascosta e operante questa ricerca di unità.
Mac Luhan ha parlato, per l’oggi, di "villaggio globale". Le mura entro le quali vivevano le varie civiltà con le loro culture (senza dimenticare le ampie comunicazioni fra di esse, sempre però a livello di élites) si stanno sgretolando sotto i colpi di una tecnologia applicata e di una economia globale che non conoscono confini. Nelle brecce che si aprono, possono cercare di porsi, e di fatto si pongono come riparo i vari fondamentalismi, con gli effetti distruttori che tutti conosciamo. Una città-mondo senza mura si profila di fatto all’orizzonte: per il momento ancora come un’utopia, ma carica di una fortissima speranza di realtà. I "miti" della "città perfetta" (siano la Repubblica di Platone o la Città del Sole di Campanella o l’Utopia di Tommaso Moro; ed altri se ne possono aggiungere fino ad oggi; all'orizzonte, la Gerusalemme Celeste), sono indici di un’esigenza deposta, come un seme, nel cuore dell’uomo. Ma la realizzazione di questo sogno non è nel controllo dell’uomo, nella sua programmazione: è affidata - certo non senza il consenso, la sinergia dell’uomo - al Signore della storia. Solo così la storia non è inutile serie di accadimenti senza senso ma come un sacramento nel quale Dio compie i suoi disegni. Se non lasciamo nelle mani di Dio (sant’Ireneo parlava del Verbo e dello Spirito come di questi mani) il compimento di ciò, e lo affidiamo alle sole mani dell’uomo, la storia medesima impietosamente ci mostra ciò che l’uomo da solo, quando non addirittura senza Dio, può fare.
Nelle mani di Dio. Ma di un Dio-Amore. E’ la grande attesa di oggi.
Nel buio che l’uomo incontra nell'abisso del suo cuore, occorre allora saper fare intravedere non la tenebra di un Totalmente Altro ma la Luce, mi sia consentito dire, umanissima di Dio, quella che è brillata agli occhi dei pastori nella notte del Natale. Luce che può apparire come notte non per il sottrarsi di Dio in una inarrivabile e solitaria trascendenza, ma per il suo darsi senza limiti, come Amore. Dio può apparire tenebra se lo cerchiamo dove Egli non è: se invece lo scopriamo dove Egli è, vivente per amore fra gli uomini, la tenebra allora è tramutata in luce dall’amore.
Questo non vuol dire, ovviamente, che Dio sia identificato con la sua creazione; vuol significare che la creazione è amore di Dio, amore che dice con il suo essere che Dio è Amore. E l’Amore non può mai essere esaurito, è sempre trascendente rispetto al suo donarsi. Questo non umilia o mortifica la creatura, perché, se anch’essa sa essere amore, vive in questa divina inesauribilità il non-limite di cui l’Amore ha fatto capace l’uomo. La trascendenza di Dio dice, allora, la realtà trascendente della creatura rispetto a se stessa.
La frase di Chiara che ho citato all’inizio del paragrafo, sta a dirci come dobbiamo guardare quanto oggi accade. Un guardare che è anche e soprattutto un far passare nel cuore dell’uomo il cuore e il sorriso di Dio: fare scoprire all’uomo quanto Dio lo ama, anche nelle crisi più grandi, e come in esse si vada maturando il "progetto" uomo.
Questo guardare per far essere (Sartre lo aveva ben capito) è possibile se siamo Gesù Crocefisso e Abbandonato, l’Amore nel suo culmine. Perché Egli è, come dice Chiara, "la pupilla dell’Occhio di Dio sul mondo: un Vuoto infinito attraverso il quale Dio guarda noi: la finestra di Dio spalancata sul mondo e la finestra dell’umanità attraverso la quale si vede Dio".


sommario2. Il mondo

Quando dal sole vedo proiettato un laghetto d’acqua sulla parete
e vedo il gioco dell’acqua in parete
che trema in accordo con il brivido dell’acqua vera,
penso alla creazione.
Il Padre è il sole vero.
Il Verbo è l’acqua vera.
Il laghetto riflesso è il creato,
il Verbo riflesso (...).
Solo che, mentre sulla parete il laghetto è falso,
nella creazione il Verbo è presente e vivo: "Io sono (...) la Vita".


Abitato nel suo intimo dalla consapevolezza esperienziale della fragilità di tutto quanto esiste, l’uomo si è sempre interrogato sul fondamento che può dare consistenza al mondo, che non ne faccia un sogno, un’illusione senza significato, alla fine un incubo. E da sempre, trascinato dall’evidenza, nelle culture "tradizionali" l’uomo ha posto un Assoluto come fondamento di tutto quanto è. Ma la forza di questo Assoluto, quale era pensato dalla mente non più innocente dell’uomo, era tale che non poteva non vanificare l’esistente. Il senso di questo, allora, era tutto nello scoprire, nella coscienza dell’uomo, la vanità assoluta di quanto è, del mondo; e nel riuscire a pensare tutto quanto è come una manifestazione "in sé" inconsistente dell’Assoluto-Dio: Lui solo è Reale, ciò che di reale v’è nel mondo è Lui nello stato di manifestazione. La grandezza dell’uomo è tutta nel suo sapersi cancellare nell’Assoluto, affermando col suo sacrificio - esistenziale e intellettuale - che solo Lui è. Questa operazione, mentale ed esistenziale insieme, non approdava, per gli spiriti più illuminati, in un nichilismo religioso o metafisico: approdava alla consapevolezza forte dell’Assoluto come Assoluto, e del singolo soggetto come manifestazione dell’Assoluto: manifestazione irreale nel suo fiorire, se oggettivata, perché è sempre e solo manifestazione-dell'Assoluto che è l’Assoluto stesso. Il Buddha, Shankara nell’India, Ibn-‘Arabi e Rumi nell’Islam sono tra i più grandi teorici e testimoni di questa visione. In essa il mondo era visto come una rete di simboli che lo sottraevano ad una pura presenzialità.
La cultura occidentale è nata dall’incontro della Rivelazione ebraico-cristiana con il genio greco, il quale aveva maturato un suo forte senso della realtà di quanto esiste. Incontro certamente voluto dalla Provvidenza (cf. Atti 16, 7-10). L’eccessiva preponderanza della cultura greca (e latina per certi aspetti) ha posto le basi per quelle reazioni che successivamente si sarebbero manifestate nel corpo della realtà cristiana. Vedi la frattura tra l’Oriente cristiano e l’Occidente cristiano; tutto il vasto e variegato Movimento della Riforma; l'esigenza, oggi, di condurre la riflessione teologica, oltre la metafisica, all'interno dei grandi problemi sociali e politici che l'umanità vive, soprattutto nei più abbandonati. Ma è da sollecitare anche una più attenta rilettura del cosiddetto Medioevo, dove avviene, nell’Occidente europeo, una profonda inculturazione del messaggio cristiano nelle culture di matrice non greca. Rimane vero, comunque, che la prima elaborazione di una cultura cristiana porta i segni di quell’incontro. E da esso è nato l’Occidente.
In estrema sintesi, osserverò che uno dei frutti di quell’inculturazione è stata la scoperta del mondo come realtà che ha una sua propria, spesso tragica, consistenza: un essere reale pur non essendo della Realtà dell’Assoluto. E’ la scoperta della Creazione, per la cui comprensione la metafisica greca offriva, rielaborate, le categorie filosofiche.
E qui comincia quello che non temo di chiamare il calvario della cultura occidentale. Non si riesce a trovare il nodo, insieme ontologico ed esistenziale, che lega Assoluto e creazione: un nodo tale che l’Assoluto non risolva in sé la creazione, ma neppure la creazione risolva in sé l’Assoluto, distruggendolo e distruggendo se stessa con l’Assoluto. E purtroppo è proprio quest’ultimo l’esito della più gran parte della cultura occidentale. Esito teoretico nelle élites culturali: il nichilismo; esito pratico nella massa popolare: il consumismo.
Questo cammino sofferente, Giovanni Paolo II non ha temuto di chiamarlo una notte oscura epocale. E prima di lui la medesima lettura ne avevano dato Paolo VI e il Patriarca Athenagoras.
Una nota della notte oscura, come testimoniano quanti la hanno vissuta, è veder tutto vuoto perché tutto svuotato di Dio. Questa mancanza di senso nell'assenza di Dio, non è il dramma dell'Occidente? Per questo, la stessa analogia, su cui è costruito l’edificio metafisico elaborato dall’Occidente cristiano, si rende insignificante, perché essa suppone già una presenza percepita, "prelogica", di Dio nel primo termine dell’analogia, la realtà creata. Il mondo, in questa crisi, non è più icona del divino. "(...) Ahimé! Il Vangelo è passato! Il Vangelo! Il Vangelo. Con ingordigia aspetto Dio. (...) Mi credo nell’inferno, dunque ci sono dentro. (...) Pietà! Signore, ho paura. Ho sete, tanta sete! (...) Maria! Vergine Santa! (...) Forse dovrei rivolgermi a Dio. Sono sul fondo dell’abisso e non so più pregare" (A. Rimbaud, Une Saison en Enfer). Il poeta - come ai suoi tempi fece, tra molti, un Gauguin, e come sogneranno e faranno generazioni di giovani dopo di lui - anela a un viaggio di ritorno ad un immaginario Oriente, dove sarebbe attingibile una natura ancora piena di divino. "Le paludi occidentali! (...) ritornavo all’Oriente e alla saggezza prima, eterna. (...) E’ vero, è all’Eden che pensavo". Ma quello del poeta è solo un anelito, destinato a fallire. La sua vita dolorosamente lo testimonia.
Si guarda, dunque, da quanti non temono di pensare, ad un passato, ma quasi sempre immaginario e che non offre vere soluzioni; il futuro giace nell’abisso del nulla; il presente è spogliato di senso. La lezione dolorosa di Leopardi è più che mai attuale!
La parola di Chiara che ho citato all’inizio è illuminante: la creazione è vera e grondante di divino perché in essa il Verbo è presente e vivo in Gesù. Egli è il "nodo", ontologico ed esistenziale, che lega Assoluto e creazione. La reale umanità di Gesù - dalla grotta di Betlemme alla croce - è la conferma della solidità metafisica e fisica del mondo creato. L’esser Gesù il Verbo di Dio è la conferma della presenza avvolgente e intima dell’Assoluto nella sua creazione, distinta da Lui - e dunque vera in sé -, ma una con Lui nel legame dell’Amore nel suo culmine che è l’Incarnazione.
Credo che la sfida, oggi, sia nel capire e sviluppare tutta la forza "culturale" dell’Incarnazione (in questa luce sarebbe da riscoprire l’attualità di san Gregorio Palamas; e la più attenta comprensione dell'Umanesimo come alba incompiuta di un rinnovamento cristiano, secondo l'espressione di De Lubac). Il mondo attende d’essere capito non più come simbolo, ma come realtà che però porta in sé il divino, in una gestazione che ha un suo approdo: Dio tutto in tutto. La natura vista dai grandi romantici tedeschi (Jacobi, Von Baader, Hamann, Hoelderlin, Novalis...), da alcuni grandi pittori fra l''800 e il '900 (ma non dimentichiamo l’iconografia dell’Oriente cristiano), dalla sofiologia russa, sono aperture in questo senso: la realtà trinitaria deve essere mostrata in tutti gli enti e, soprattutto, nel rapporto degli enti fra loro.
Questa operazione che deve approdare ad una cultura nuova, è còmpito del Cristo, ma in quanto Egli è vivente in mezzo a noi. "Non è certo Gesù storico - scrive Chiara Lubich - o Lui in quanto capo del Corpo mistico, che risolve tutti i problemi. Lo fa Gesù-noi, Gesù-io, Gesù-tu. E’ Gesù nell’uomo, in quel dato uomo - quando la sua grazia è in lui - che costruisce un ponte, fa una strada ecc. Gesù è la personalità vera, più profonda di ognuno. Ogni uomo, ogni cristiano, infatti, è più figlio di Dio (= altro Gesù) che figlio di suo Padre".
Che siamo noi uomini a compiere tutto ciò, è l’incontro con la cultura dell’Occidente; ma che sia il Cristo, Dio in noi e fra noi, a compiere tutto ciò, è l’incontro con le culture tradizionali.


sommario3. La persona

Il mio io è l’umanità
con tutti gli uomini
che furono sono e saranno.


Alla luce di quanto abbiamo detto, vorrei accennare a un altro grande punto di crisi della cultura occidentale e, in un certo senso, di tutte le culture. La persona. Essa è senza dubbio la scoperta più grande nata dall’incontro della cultura greca con la rivelazione giudaico-cristiana. Ma anche qui la crisi si è fatta presente. Nel suo cammino il pensiero che chiamerei cristiano ha cercato di liberarsi, senza riuscirvi del tutto, da comprensioni, da categorie che impedivano alla novità evangelica di giungere alla sua piena e rivoluzionaria espressione culturale. E’ stata una lotta non facile tra l’antico che pesava con le sue incrostazioni e le sue luci e il nuovo che cercava la sua propria espressione. Da qui fratture profonde, anche confessionali. E nel vuoto che si è creato, l’albero della cultura dell’Occidente è continuato a crescere, ma sempre più sradicato sia dalla terra evangelica sia dalla saggezza delle grandi tradizioni culturali che l'Evangelo non rinnega ma conduce a compimento.
Un aspetto di questa crisi è la confusa identificazione della persona con l’individuo. Certo, sul piano della creatura non si dà persona che non sia individuo: l’individuo non è approdo, è inizio di cammino: è l’aurora della persona. E l’individuo è persona solo se riesce a morire a se stesso, come nella Trinità ognuno dei Tre è Persona perché tutto espropriato negli Altri Due. La grande legge, anche culturale, della Croce, è sempre determinante.
Le grandi culture tradizionali avevano perfettamente capito l’insufficienza dell’individualità, segnata in più dal peccato, comunque questo venisse chiamato; e risolvevano il problema ponendo all’uomo l’obiettivo di sciogliere l’individualità nel gran mare dell’Assoluto, dell'Uno. La grande assente era proprio la persona: assenza comprensibile, finché Dio in Gesù non avesse aperto il mistero dell’Uno-Tre nella luce dell’Assoluto come Amore.
L’Occidente è fallito finora in questo processo, perché la stessa riflessione cristiana non è penetrata nel fondo della realtà rivelata con le categorie che questo processo domanda.
L’individuo, allora, si è identificato con la persona senza il passaggio della Croce, il passaggio dell’amore. Ma, anche dal punto di vista esperienziale, individuo vuol dire: particolare; persona: universale. Nella sua solitudine bloccata, l’individuo si è chiuso in sé, e ha fatto di sé una totalità impossibile. Da qui, le grandi crisi della cultura dell’Occidente. L’individuo si è mascherato, per presentarsi come persona. Gli spiriti più attenti hanno cercato - e cercano - di smascherarlo: la lista dei nomi è lunga (Marx, Freud...). Il Superuomo di Nietzsche è, in fondo, un tentativo di condurre l’individuo aldilà di sé. Ma che cosa resta dietro la maschera? se l’individuo è tutto tensione alla persona? e la persona di fatto non è raggiunta? Resta il vuoto, niente. Anche qui il nichilismo, oppure il tentativo di rimascherarsi, nascondendosi nella massa o nel consumo. La violenza è la nevrosi di un vuoto esistenziale che si fa sentire sotto le maschere. La devastazione culturale, sociale e della natura operata da questo individualismo è sotto i nostri occhi, a tutti i livelli e in tutti gli ambiti.
Occorre, allora, dare la persona all’individuo piagato dell’Occidente.
E rivelare la persona alle grandi culture tradizionali, duramente provate dagli assalti dell’individualismo occidentale.
E questo è possibile solo se noi cristiani, uniti nel nome di Gesù, mostriamo il nostro essere individui approdati alla persona, alla nostra propria persona che è se stessa solo nella Persona del Verbo incarnato. Se viviamo il nostro esser "nati dallo Spirito", e diciamo con la prima comunità cristiana: "Noi parliamo di ciò che sappiamo, testimoniamo ciò che abbiamo visto" (Gv 3, 8.11).
Anche qui Gesù è la soluzione culturale, se compreso in tutta la sua realtà. Gesù, scrive Chiara Lubich, " - anche se uno dei tanti uomini -, è l’uomo, l’uno, in cui tutti gli uomini sono se persi in Lui, perché di per sé stessi sono nulla".
Aver capito che l’uomo per sé è nulla, è la grandezza delle culture tradizionali: ma è anche il loro limite, quel velo, per dirla con san Paolo, che "è tolto in Cristo" (2 Cor 3, 14). La realtà che v’è dietro appare allora nel Corpo del Cristo, nei discepoli che a viso scoperto (nella pienezza della nostra umanità) "riflettiamo la gloria del Signore" trasfigurati nella Realtà che si mostra in noi.
Aver capito che l’uomo è un individuo realissimo è la grandezza dell’Occidente; ma è anche il suo limite, se non si approda alla persona. E perché ciò si realizzi, dobbiamo, non negandola, ritrovare l’individualità là dove Gesù nel suo abbandono la ha raggiunta e salvata. Fattosi peccato, Gesù, scrive Chiara Lubich, "è ridotto nell’abbandono ad un semplice uomo, a ‘individualità’, non è più l’uomo". Raggiunta l’umanità nella sua derelizione e nella sua vocazione bloccata dal peccato, Gesù "rende divino il particolare e dimostra come in un uomo particolare possa essere contenuto l’universale". "Gesù Abbandonato - conclude Chiara - è Gesù (l’Uomo) vestito della figura di un uomo".
Essere persone significa dunque aprire la propria individualità all’altro, coscienti di essere ciascuno un’espressione dell’infinita ricchezza-Amore di Dio nell’unità fra tutti noi nell’unico Cristo che tutti ci riassume in sé (cf Ef 1, 10; Col 1, 19-20; Gal 3, 28). Io-sono-io in quanto sono dono per l’altro. Scrive Chiara Lubich: Dio "non illumina due anime ugualmente - come i Tre nella Trinità non sono uguali ma Persone distinte - ed a ciascuno diede la sua bellezza perché fossero desiderabili ed amabili dalle altre e nell’amore (che era la sostanza comune nella quale si riconoscevano uno e sé stesse in ciascun altra) si ricomponessero all’Uno". E ancora, in un testo bellissimo per un umanesimo compiutamente cristiano: "Se io so che tutte le cose sono creature di Dio e valgono quanto valgo io, non le desidero. Ma se sono distinte da me non sono me. E se sono amore sono sempre amabili ed opposte a me. Due amori che si incontrano sono l’uno amante, l’altro amato. E viceversa. Allora le desidero non desiderandole. E qui è la vita divina dove pur dissetati si ha sempre sete. Ma la sete non è un tormento perché si è dissetati. Nel mondo invece si pecca perché non v’è alla base l’unità. Non si ama (quindi si pecca) perché non si conosce il vero essere delle cose. Si crede che l’ ‘altro’ non sia ‘noi’ e si desidera con angoscia e voluttà. E qui è il peccato. (...) Chi vive in Dio è uno con tutti e tutto e da tutti distinto".


sommario4. Il pensare

E’ richiesto il distacco dal nostro modo di pensare,
dal pensare stesso.
E’ questo che ci fa come Gesù Abbandonato
.

Se comprendiamo così la persona, allora anche il pensare, fondamentale nell’elaborazione di una cultura, va capito e vissuto in modo nuovo, e che è già realtà sperimentata là dove Gesù vive fra noi.
L’atto del pensare nasce dalla mia interiorità. Ricordiamo però che questa mia interiorità è già in se stessa complessa: è frutto di un processo storico che in me si è sedimentato, è una memoria (insieme biologica e storica) senza la quale io non sono io.
Ma c’è un di più che occorre mettere in luce e che è realtà nella vita vissuta secondo il Comandamento Nuovo.
L’atto del pensare parte dalla mia interiorità: ma, per essere cristiano (cioè compiutamente umano), deve essere vissuto come amore nel dono completo all’altro e, attraverso di lui, a Dio. Nel dono completo a Dio e, in Lui, all’altro. Se l’altro lo accoglie in sé come cosa sua, rende possibile la piena trasformazione del pensare in amore: il pensare, infatti, è già amore se è vissuto come dono, ma lo diventa del tutto se l’altro accoglie il dono facendolo suo nel vuoto di sé e, quindi, spossessandomene. Se l’altro non si fa vuoto davanti a me che comunico il mio pensiero, sul piano esistenziale il pensare non può essere sperimentato come pienezza d'amore.
Questa, però, è solo la metà del cammino. Occorre che l’altro a sua volta mi restituisca il dono dandosi anch’egli a me, comunicandomi il suo pensiero ora abitato dal mio. Così ho nuovamente il mio pensiero, ma in una mia interiorità dilatata per il dono dell’altro. "Nella spiritualità collettiva - scrive Chiara - si ama e si è riamati. Per vivere la spiritualità collettiva, quindi, bisogna amare, ma bisogna anche essere amati"
E qui si comprende tutta la forza del Comandamento Nuovo. In questo amare e riamare anche nel pensare, si fa presente Gesù in mezzo a noi con la sua interiorità divino-umana, con la sua mente (1 Cor 2, 16). E' in essa che sperimento la novità del pensare cristiano, perché la mia interiorità di uomo, se unito al fratello nell’unione con il Cristo è, per dono di Dio, l'interiorità stessa di Dio, lo Spirito Santo. Che cosa è, infatti, la gioia intensa che proviamo quando riusciamo a vivere così il pensare (e non solo il pensare), se non il frutto dello Spirito?
E' chiaro, allora, il cammino, il metodo del pensare così inteso: è la Via che è Cristo.
Partiamo dall'Uno, da Lui, e uno fra noi in Lui ci muoviamo scoprendo la ricchezza delle realtà che Egli ci comunica. Qui ci possiamo incontrare con tutte le grandi culture non cristiane, innamorate dell'Uno.
Ma siccome questo avviene in Gesù, nel quale la storia, le differenze come tali, sono state assunte e condotte nel seno del Padre, possiamo incontrare la sete d'incarnazione della cultura occidentale.
Se così viviamo, facciamo l'esperienza che in Gesù la categoria della "ricerca" così cara alla cultura dell’Occidente, è condotta alla realtà della visione: una visione, certo, non ancora del tutto aperta, ma che l'amore fa già reale e piena di luce.
In questa prospettiva (che non temo di chiamare mistica: ma oggi le riflessioni sul rapporto fra pensiero metafisico e mistica si fanno sempre più insistenti, e la spiritualità collettiva è di fatto una mistica realizzata nella quotidianità, grazie all'unità), in questa prospettiva gli altri ambiti del sapere trovano un fondamento non ancora del tutto raggiunto nella stessa riflessione cristiana.


sommario5. La parola

Come il Verbo è la Parola del Padre
ed è Essere,
così, nell’esperienza del Paradiso,
la parola è realtà:
non è mai parola vuota;
dire è essere
.

Una breve riflessione sulla parola umana, nella quale il pensiero esiste.
Essa è stretta tra l’indicibilità di fronte all’Assoluto nella quale la blocca la cultura tradizionale, e l’esaurimento per essersi tutta ripiegata su se stessa nel rigetto dell’Assoluto, come accade nella cultura dell’Occidente.
La parola in se stessa è certamente impossibilitata a dire l’Assoluto, tranne che indicandolo e arrestandosi alla sua soglia; la stessa analogia rimane pur sempre sospesa in una sorta di purgatorio tra la gloria della Visione e l’inferno della indicibilità assoluta di tipo sartriano.
Confucio ripeteva che il saggio è "senza idea".
Ma il Verbo incarnato, la Parola di Dio fatta uomo, ha assunto la parola umana facendola capace, restando umana, di dire Dio. E questo perché Gesù è colui che spiega la Parola di Dio (Egli stesso è questa Parola) facendola parola umana (ed Egli stesso è questa parola umana). Le Sacre Scritture sono tutto ciò. Gesù nella risurrezione introduce pienamente la parola umana nella Gloria di Dio: ma già prima la sua parola umana parlava all'interno della sua relazione con il Padre. Nel Comandamento Nuovo Gesù consegna la parola umana (che è comunque, nella creazione, già affidata alla comunità degli uomini), alla sua comunità, all'interno della quale la parola può essere sin d'ora vissuta - e mostrata - nel rapporto Padre-Parola incarnata.
La parola umana è fatta capace, allora, di dire, come creatura ma divinizzata: Dio. Non per nulla la Teologia, nel cristianesimo, è un dono carismatico. Il di più che la parola non riesce a dire, non è un muro invalicabile ma la rivelazione del mistero della sua creaturalità nella quale si rivela proprio l’Amore di Dio, il segreto di Dio: un Amore che è un Darsi Infinito, e dunque non è coglibile fuori di questo stesso Darsi. Il mio tacere è la coscienza che io ho di Dio Amore: è, dunque, un sapere altissimo, se vissuto a sua volta in risposta come un darsi senza limiti. Allora, il tacere, necessario davanti al Mistero, diventa il passaggio ad un altro parlare, quello di Dio in se stesso, cui la persona, nell'unità, è condotta a partecipare in Gesù. Se la parola è parola-dell’-essere, e l’essere è amore, allora la parola è se stessa proprio quando dice amando. Sulla Croce, nell’abbandono, Gesù-Parola si spegne nel suo immenso "perché?". Ma in questo suo spegnersi dà lo Spirito (Gv 19,30). Ed è nello Spirito, altro da Sé-Parola, che il Verbo parla; e lo Spirito, a sua volta, lascia che il Verbo si esprima in Sé. E' lo Spirito in noi che grida: "Abbà, Padre" (Gal 4,6), chiamando Dio con il nome che gli dà il Figlio. E' la radice divina del Comandamento Nuovo.
Qui si comprende come l’Amore si presenta come la nuova categoria culturale che fonda tutte le altre. Gesù abbandonato è il "concetto fondamentale" - se così posso dire - della nuova cultura, dove intellettualità (nel senso forte della tradizione) e vita sono finalmente uno. Dove, come vuole la grande tradizione della teologia cristiana d'Oriente, il pensiero, calato e disciolto nel cuore, radice spirituale di ogni sensibilità, diventa luce amante e amore luminoso, in una sintesi nella quale il sensibile è elevato alla purezza dello spirito, e lo spirito è percepito nel sentire. Mente e corpo uno.
In Gesù Abbandonato, come desidera lo spirito più profondo della domanda dell’Occidente, si può partire radicalmente dal nulla: ma un nulla che, essendo trinitariamente Amore, è tutto. Quel tutto dove "il fuoco e la rosa [la tensione consumante dell’intelligenza e la contemplazione profumata di divino] siano uno" (Th. S. Eliot).


sommario6. Dio

"Sicut in terra et in Coelo".
La terra è il mio cielo.
E anche noi risponderemo a chi ci chiede
"Facci vedere il Padre, il Cielo, Dio":
"Chi vede me, noi, le cose, vede il Padre, il Cielo, Dio".
Gesù ha attirato il Cielo quaggiù.

L’ultimo punto della nostra riflessione. Che, di per sé, è il primo. Quello rispetto al quale ogni cultura sta e si sviluppa, o cade.
Nelle culture tradizionali, come ho già accennato, di Dio non si può parlare. E’ un tesoro custodito nel fondo del cuore, là dove il pensiero si spegne: ogni discorso su Dio si muove, per così dire, all’esterno di Lui, per suggerirlo, per indicarlo, per pregarlo, per farlo amare: mai per dirlo.
La cultura greca è l’unica fra le grandi culture precristiane o non cristiane, che osi condurre il pensiero, nella riflessione sull'essere, a dire Dio. Sempre però con parsimonia, in un discorso che si muove all’interno di una conservata ineffabilità di fondo, un discorso che dice e non dice, come in maniera oracolare scriveva Eraclito. Un discorso che, per essere veritiero, doveva essere ispirato dal daimon, dallo Spirito che si fa presente nel cuore dell’uomo.
La rivelazione dell’Evangelo custodisce la indicibilità di Dio rispetto a noi, ma insieme la apre, perché Dio in Gesù si è aperto. Ritorniamo a san Paolo, già citato: "E noi tutti, a viso scoperto, riflettiamo la gloria del Signore, trasformati in quella medesima immagine" (2 Cor 3, 18) A viso scoperto: nella chiarità della parola creata, fatta capace dallo Spirito di dire Dio.
Nella luce di questa rivelazione, la riflessione cristiana nell’Oriente ha custodito soprattutto l’ineffabilità del pensiero greco e in essa per lungo tempo generalmente si è custodita: oggi spinte forti e sapienti dicono che del nuovo sta maturando. Nell’Occidente - nella Scolastica più che nella teologia monastica e mistica - la riflessione cristiana ha elaborato un forte discorso razionale che, nel momento in cui la razionalità si sarebbe staccata dall’intellettualità, si sarebbe ridotto ad un esercizio puramente logico che prenderà come suo tema la possibilità di dimostrare l’esistenza di Dio. All’immediatezza di tutte le altre culture, l’Occidente oppone un discorso mediato su Dio (non più nella mediazione immediata del Cristo, ma dell’uomo nella sua nuda e sconsolata umanità). Discorso nel quale la realtà di Dio si fa più lontana, sino a smarrirsi in una logica sempre più astratta perché tutta ripiegata su se stessa.
Quale esito a questa crisi?
E come parlare, oggi, alle grandi tradizioni non cristiane?
Le parole di Chiara Lubich che ho posto all’inizio dicono quella che a me sembra la risposta.
Occorre mostrare in noi e tra noi Dio. Perché Dio è Realtà che si mostra: a Sé nella Trinità, "fuori" di Sé nella creazione sino alla Risurrezione. E' l’Amore che per sua "natura" ontica è mostrarsi.
Amore che allora va mostrato tra noi in una vita che sia evidenza di Dio per quanti la incontrano. Non subito evidenza razionale, ma evidenza esistenziale: quell’evidenza che giace nel profondo di ogni uomo e che va risvegliata nell’incontro. All’interno di questa evidenza esistenziale, si apre l’ambito del pensiero nella sua razionalità: una mediazione all’interno dell’immediatezza dell’esperienza in Cristo.
La cultura "laica" così può essere condotta da Gesù abbandonato alla risurrezione.
Nelle culture tradizionali i semi del Verbo deposti nel loro cuore possono essere condotti alla piena maturazione.
Per approdare, infine, ad una cultura che nell'abisso umano-divino dell'Abbandonato-Risorto appare ormai sempre più chiaramente come la sintesi vitale e cristica di tutte le culture fatte uno nella loro distinzione.
Il vero discorso su Dio è affidato, allora, come accade se Gesù è attualmente vivo in mezzo a noi, ad una parola tutta vita e ad una vita tutta parola. Una vita che può parlare di Dio perché, nell’unità, già mostra Dio. "Da questo conosceranno..." (Gv 13, 35). Ed essendo questa unità fra uomini, mostra Dio incarnato. Anche nella parola umana.
Un discorso che spalanca la mente e la sensibilità dell’uomo a cogliere l'essere di Dio in tutta la natura: in Gesù fra noi la natura, creatura di Dio assunta nella parola dell'uomo, è percepita parola dell’Amore, vivente nel grembo di Dio dove da sempre è detta, da dove è uscita realmente e dove per sempre ritornerà, in una sintesi di creato e increato, con tutta la capacità rivelativa di un divenire-che-è-essere in cui si contempla il volto dell'Uni-Trino.
Gli dèi si sono ritirati dall'Occidente, la terra del loro tramonto; l'abbandono di Gesù è il segno massimo e originario di questa fine. Ma nella Risurrezione, lo Spirito che è Dio viene a riempire il mondo di Sé.
La visione di tutta la creazione abitata dallo Spirito si è certamente espressa in maniera aurorale in élites culturali e mistiche di tutte le fedi. Ma nell'unità, nella quale la mente di Cristo ci è donata, questa visione deve diventare cultura di popolo. In Gesù fra noi, nella Chiesa vissuta, ne sperimentiamo già le primizie: la fede, la speranza, l'agape, ci introducono fin d'ora, come afferma Paolo (1 Cor.13, 13), nella realtà escatologica.

Giuseppe Maria Zanghí


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