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Chiara Luce Badano

Santità a 18 anni


Bella, intraprendente, sportiva. Normale.
Una giovane, una cristiana, una gen.
Poi l’improvvisa malattia, l’agonia, la morte.
Una rapida scalata al cielo.
Avviata la causa di beatificazione.
 

da un articolo di Michele Zanzucchi - Città Nuova

   Era una dei giovani dei Focolari morti ancora in verde età, non pochi. In lei avevamo avvertito una sorta di predilezione di Dio. Avevamo letto qualche suo scritto e saputo del funerale, definito "una festa di nozze". Avevamo pregato per lei e per la sua famiglia.
  
Ma negli anni seguenti, senza un preciso disegno, le sue gesta tornavano regolarmente sotto i riflettori, grazie al tamtam dei suoi amici, dei gen, del suo vescovo, grazie a una raccolta di scritti, a una biografia, a un video amatoriale… Come scrive l’Abbé Pierre:"I santi non si limitano a un catalogo, e noi ne incrociamo certamente tutti i giorni";Chiara Badano era una di questi santi della normalità.

La nascita tanto attesa

   Nasce a Sassello, nell’entroterra ligure, il 29 ottobre 1971; un paesello grazioso, che non è ancora montagna, ma già troppo lontano dalla città. Se volete un luogo "di provincia", prendete Sassello, i suoi funghi, gli amaretti e i castagni.
  
Chiara è figlia unica di Ruggero Badano, camionista, e di Maria Teresa Caviglia, operaia. Si erano sposati da undici anni, senza riuscire ad avere figli:facile immaginare la dirompente felicità provocata da quella nascita."Pur nella gioia immensa, comprendemmo subito – racconta la madre – che non era solo figlia nostra, ma che era prima di tutto figlia di Dio". Lui: poche parole, ma una fede solida, severo ma con un che di dolce nello sguardo.
Lei: affabile ed estroversa, con la figlia ebbe un rapporto di verità e confidenza.

Qualcosa di molto importante

  Un episodio. Me lo racconta ancora Maria Teresa:"Un pomeriggio la bambina giunge a casa con una bella mela rossa. Le chiedo da dove provenga. Chiara mi risponde che l’ha presa dalla vicina, Gianna del mulino… senza chiederle il permesso. Le spiego allora che deve domardarle le cose prima di prenderle, e che perciò deve immediatamente riportarla indietro, chiedendo scusa. Ma lei non vuole, si vergogna e si impunta. Le spiego allora che è molto più importante dire la verità che mangiare una buona mela. Chiara torna dalla fruttivendola e le spiega tutto.     La sera, quella donna porta una cesta di mele per Chiara, "perché oggi ha imparato qualcosa di molto importante".

Quell'incontro a 9 anni

Chiara manifesta un carattere generoso: in un compito di prima elementare, scrivendo a Gesù Bambino, non chiede giocattoli, ma:"Fa guarire nonna Gilda e tutte le persone che non stanno bene". È conciliante, anche se sa bene il fatto suo, e talvolta si scontra coi genitori. Ma la frattura dura lo spazio di qualche istante. Cose piccole, ma significative: la mamma le propone di sparecchiare."No, non mi va".      Arriva alla cameretta, poi torna in dietro e fa:"Com’è quella storia del vangelo, dei due operai che devono andare nella vigna, e uno dice di sì e non ci va, e l’altro dice di no... Mamma, mettimi il grembiulino". E sparecchia.
  Storielle come queste attestano come riceva una solida educazione cristiana, grazie anche alla comunità parrocchiale, al parroco che impartisce affascinanti lezioni di catechismo, alle solide amicizie che Chiara costruisce. Ha un debole per le persone anziane, che cerca di aiutare.

  
Ha nove anni quando avviene l’incontro fondamentale della sua vita, quello con l’ideale dell’unità, in un incontro delle giovanissime dei Focolari, le gen 3, nel settembre 1980, e confermato dall’adesione allo stesso spirito dei genitori, ad un grande meeting di famiglie, il Familyfest 1981. Dice sua madre: "Tornati a casa dicevamo che, se ci avessero chiesto quando ci eravamo sposati, avremmo risposto: "Quando abbiamo incontrato quest’ideale". Da quel momento la famiglia Badano sarà un esempio di rispetto, calore e unità.
  
In questo periodo, la sera prima di dormire, scrive alcuni semplicissimi fioretti. Eccone uno:"Una compagna ha la scarlattina, e tutti hanno paura di visitarla. D’accordo con i miei genitori penso di portarle i compiti, perché non si senta sola".

Sport, affetti e... un viaggio decisivo

  Sant’Agostino ripete spesso che "l’amore rende belli". Chiara è in effetti rivestita della bellezza evangelica, anche se già di per sé appare molto carina, una bella ragazza. Le foto ce la presentano sin dall’infanzia come volitiva, con un carattere ben stagliato. Ma in quel volto delicato, ciò che attira è il suo sguardo, non remissivo né aggressivo. Limpido e basta. Anche nelle foto dell’adolescenza, quando qualche brufolo di troppo le sporca un po’ il bell’ovale.
  
L’adolescenza ce la presenta nella normalità più assoluta. È in questo periodo più movimentato che avviene il trasferimento a Savona, nel 1985, per gli studi al liceo classico che, a dire il vero, conosceranno qualche difficoltà, nonostante l’impegno.      Viene bocciata in quarta ginnasio, e questo la fa soffrire parecchio.

   Coi genitori qualche incomprensione emerge, anche se l’affetto è più forte, e non di rado si giunge a compromessi accettabili dalle due parti, come ad esempio sugli orari di uscita serali. In effetti, soprattutto nei week-end a Sassello, a Chiara piace rimanere la sera con gli amici al bar.
   "Aveva un grosso supporto umano, – dice Chicca Coriasco, sua confidente –; ma amava anche vestirsi con proprietà, pettinarsi con cura e qualche volta truccarsi un poco, però mai con lusso". 

Piace, e sa farsi apprezzare:
è sempre circondata di amici e amiche.
È una grande sportiva:
tennis, nuoto, montagna.
Non sa stare ferma, vorrebbe fare la hostess.
Le piace un mondo ballare e cantare.

  Tanti le vanno dietro, mentre lei ama sognare. Ogni tanto dice all’amica, guardando un ragazzo: "Quello mi piace". Ma niente di più.

  
Nell’estate 1988, un passaggio clou. Appena saputo di essere stata rimandata in matematica, accompagna a Roma delle bambine, delle gen 4, per un congresso. Ha il cuore grosso per essere stata rimandata, ma non si tira indietro. Scrive ai genitori: "È giunto un momento molto importante: quello dell’incontro con Gesù abbandonato. Abbracciarlo non è stato facile; ma Chiara questa mattina ha spiegato alle gen 4 che egli deve essere il loro sposo".
  
Chiara, cioè Chiara Lubich, con cui intratterrà una fitta corrispondenza, ma soprattutto un rapporto vitale, intensissimo, fino all’ultimo, quando dirà: "Debbo tutto a Dio e a Chiara". A lei più tardi chiese un "nome nuovo". "Chiara Luce", fu la risposta.

Il verdetto improvviso

   Poi l’imprevedibile. Giocando a tennis avverte un forte dolore alla spalla. Dapprima non ci fa caso, come i medici. Ma le ricadute spingono i sanitari ad approfondire le ricerche. Il verdetto: sarcoma osteogenico con metastasi, una delle forme tumorali più gravi e dolorose. Chiara Luce dopo un lungo silenzio, senza pianti né ribellioni, accoglie la notizia con coraggio: "Ce la farò, sono giovane", dice. E papà Ruggero: "Avevamo la certezza che Gesù era in mezzo a noi. Lui ci dava la forza". Comincia un profondo cambiamento, una rapida scalata alla santità.
  
Iniziano i ricoveri, e lei si distingue per l’altruismo. Si prende cura di una ragazza tossicodipendente, gravemente depressa, trascurando il riposo e accompagnandola dovunque, alzandosi dal letto nonostante il dolore che le provoca il grosso callo osseo che ha sulla schiena: "Avrò tempo dopo per dormire", dice.

   Il filosofo Cioran si chiedeva: "Si è mai visto un santo gioioso?". Chiara Luce lo è, perché Gesù diventa sempre più suo "sposo". Scrive: "Questo male Gesù me lo ha mandato al momento giusto".
   È in ospedale a Torino. "All’inizio abbiamo l’impressione di andarla a trovare per sostenerla – dice un gen –. Ma ben presto capiamo che non possiamo più fare a meno di lei, come attratti da una calamita".

Il decorso della malattia è impietoso, ma Chiara Luce  cerca di condurre una vita normale e gioiosa.

 E uno dei medici, Antonio Delogu: "Dimostra col suo sorriso, con i suoi grandi occhi luminosi, che la morte non è, solo la vita è".  Subirà due operazioni dolorosissime. La chemioterapia le fa cadere i capelli, a cui tiene moltissimo. A ogni ciocca di capelli che perde, ripete un semplice ma intenso: "Per te, Gesù". I genitori, sempre presenti, le ricordano che sotto quelle sofferenze si coglie un misterioso disegno di Dio.
  
E Chiara Luce si rimette nell’amore. Così, ad un amico che parte per una missione umanitaria in Africa, consegna i suoi risparmi: "A me non servono, io ho tutto".

Niente morfina. "Voglio dividere ancora per un po' con Lui la croce"

   Esiste una registrazione di questo periodo in cui Chiara Luce racconta di una dolorosa visita medica: "Quando i sanitari hanno iniziato a fare questo piccolissimo intervento, però fastidioso, è arrivata una persona, una signora, con un sorriso luminosissimo, bellissima: mi s’è avvicinata, mi ha preso la mano e mi ha infuso coraggio. Com’è arrivata, è sparita: non l’ho più vista. Ma sono stata invasa da una gioia grandissima, e m’è scomparsa la paura. Ecco, in quell’occasione ho capito che, se fossimo sempre pronti a tutto, quanti segni Dio ci manderebbe".
  
Perde l’uso delle gambe. Dice: "Se dovessi scegliere tra camminare o andare in paradiso, sceglierei quest’ultima possibilità". L’ultima tac non lascia speranza. E giunge il momento della prova, intensa. Ma non si arrende, anche con l’aiuto di Chiara Lubich che le scrive: "Dio ti ama immensamente e vuole penetrare nell’intimo della tua anima e farti sperimentare gocce di cielo". Rifiuta la morfina: "Toglie la lucidità, e io posso solo offrire il dolore a Gesù, perché voglio dividere ancora per un po’ con lui la croce".
  
Chiara Luce appare ormai adulta. Le scrive un medico, Fabio De Marzi: "Non sono abituato a vedere dei giovani come te. Ho sempre pensato alla tua età come al tempo delle grandi emozioni, delle intense gioie, degli ampi entusiasmi. Mi hai insegnato che è anche l’età d’una maturità assoluta".

Quella luce negli occhi da dove viene?

  19 luglio 1989: un’emorragia terribile. Viene salvata in extremis. Dirà: "Non versate lacrime per me. Io vado da Gesù. Al mio funerale non voglio gente che pianga, ma che canti forte".
  
Altre cure, in fleboclisi:
"Cos’è questa goccia che cade nei confronti dei chiodi nelle mani di Gesù?". E accompagna ogni goccia con un: "Per te". Riceve la visita del cardinale Saldarini, che le chiede: "Hai degli occhi stupendi, una luce meravigliosa. Da dove ti viene?". E lei: "Cerco di amare tanto Gesù".
 
Talvolta, cosa insolita, chiede ai genitori di non far entrare nella sua stanzetta gli amici. Un giorno si spiega: "Non era segno di minor affetto o di tristezza. Anzi. Era che faticavo a scendere dal punto in cui abitavo e poi risalirvi". E "aria di paradiso" sperimentano coloro che le sono accanto. Scrive agli amici: "Un altro mondo m’attendeva e non mi restava che abbandonarmi. Ma ora mi sento avvolta in uno splendido disegno che a poco a poco mi si svela".

La festa di nozze

   Dice uno degli ultimi giorni: "Non chiedo più a Gesù di venirmi a prendere per portarmi in paradiso; non voglio dargli l’impressione di non voler più soffrire".     Ormai sicura della sua sorte, che d’altronde non vuole cambiare (non desidera chiedere la sua guarigione, quanto di essere capace di fare la volontà di Dio), prepara con la madre la "festa di nozze", cioè il funerale. Lei stessa spiega come confezionare l’abito, sceglie musiche, fiori, canti e letture: "Mentre mi preparerai, mamma, dovrai ripetere: "Ora Chiara Luce vede Gesù"".

  
"Le espressioni di questo periodo – sostiene Maria Grazia Magrini, colei che sta raccogliendo il materiale su Chiara Luce per il "processo" – assomigliano tanto a quello di santa Teresina del Bambino Gesù". Come una delle ultime: "Bisogna saper morire a colpi di spillo per saper poi morire di spada".
  
Finché arriva l’incontro col suo "sposo". Accanto a lei il padre e la madre. Fuori dalla porta, gli amici. C’è pace, quasi naturalezza. Le sue ultime parole sono per la mamma: "Ciao. Sii felice perché io lo sono". Domenica 7 ottobre 1990, quattro del mattino.
  
Al funerale assistono duemila persone. Anche chi non crede vuole esserci. I commenti parlano di paradiso, di gioia, di scelta di Dio indotta da quella di Chiara Luce.
   Dice il vescovo Maritano nella sua omelia: "Ecco il frutto della famiglia cristiana, d’una comunità di cristiani, il risultato di un movimento che vive l’amore scambievole e ha Gesù in mezzo".

  
Gli effetti della sua esperienza continuano dopo la morte. Chi viene a conoscenza delle sue vicende si sente spinto a vivere più radicalmente il vangelo, a scegliere Dio come tutto. È una "santità" contagiosa.
  
La fama di Chiara Luce si diffonde, lentamente ma sicuramente. Per iniziativa del vescovo di Acqui Terme viene dichiarata "serva di Dio". Quindi il processo diocesano per la sua beatificazione. Tra qualche mese si passerà in Vaticano.

"Siate una generazione di santi"

  Una domanda viene a questo punto naturale: ma chi è il santo, oggi? Dio solo è santo, naturalmente. Ma nella Scrittura è scritto: "Siate santi, perché io sono santo".Negli Atti degli apostoli, poi, i cristiani sono chiamati semplicemente "santi". Santo, insomma, è colui che riflette l’unica santità, quella di Dio, manifestando virtù provate, carità senza limiti, fiducia totale in Dio. Chiara Luce allora santa sembra esserlo.
 
Un ultimo aspetto va infine sottolineato. Scrive il cardinale Martini: "La santità viene a grappoli, non è soltanto un acino ma il loro insieme che diventa lievito, sale della terra, luce del mondo". Chiara Lubich sin dalla nascita dei gen ha voluto proporre ai giovani del movimento un progetto alto: "Siate una generazione di santi". Ebbene, Chiara Luce non è sola, perché numerosi altri giovani del Movimento dei focolari sono morti con le sue stesse disposizioni. Almeno per tre di loro sono stati avviati altri "processi".

(14-03-2000) 

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