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LA CITTA' DELL'UOMO
L'AGIRE E PENSARE POLITICO
DI CHIARA LUBICH
di
Tommaso Sorgi |
Ripensare la politica
Nella innegabile crisi odierna dell'agire e del pensare politico sentiamo di
dover fare la nostra parte, offrendo un contributo nel chiarire alcune idee e proporre
nuovi modelli di comportamento.
Ci sembra necessario cominciare col riesaminare lo stesso concetto di politica.
La corrente definizione della politica quale 'arte di governare, di reggere la
cosa pubblica' contiene due carenze di fondo: a) guarda solo ai gestori del potere,
trascurando i cittadini; b) non indica lo scopo del governare, rischiando di farlo fine a
se stesso.
Noi pensiamo, invece, la politica come 'arte di vivere la cosa
pubblica', come 'cura dell'ordinato vivere civile in vista di uno scopo comune
essenziale': un'arte che coinvolge tutta la società nel curare lo svolgersi e il
progredire della propria vita a tutela e promozione del bene dei vari soggetti sociali,
individuali e collettivi, con l'obiettivo di fondo del bene comune. La politica è proprio
'l'arte del bene comune'; il suo esercizio comporta la ragionevole distribuzione di
compiti nelle diverse funzioni, compresa naturalmente la funzione del governare ai vari
livelli, legiferando e amministrando. E i cittadini hanno da svolgere la funzione, non
meno essenziale, dell'osservare le leggi e vivere le istituzioni, anche operando per
modificarle, sempre con serietà civica. Da loro si attende il "plebiscito di ogni
giorno", il rinnovo quotidiano del patto sociale, come qualcuno suggerisce: senza di
esso fioriscono evasioni dal senso comunitario, illegalità, contestazioni; con esso è la
polis a fiorire, e gli stessi poteri pubblici vengono affiancati e stimolati
all'arte del buon governo. A conferma viene la valutazione di una persona nota per la sua
testimonianza spirituale, ma anche per le connesse 'incarnazioni' nel sociale:
"non si può avere un buon governo, se non si ha una buona società, un buon
popolo".
Si aggiunga un altro elemento: ormai diventa sempre più evidente come non
sia più possibile praticare la politica, né teorizzarla, limitando il quadro di analisi
all'interno di uno Stato isolato; essa è, quindi, 'arte di vivere la cosa
pubblica planetaria'.
A parte le definizioni (sempre, comunque, significative e dense di
conseguenze), oggi viene rimessa in discussione l'essenza stessa della politica. Non si
crede più in essa quando tutti la vedono ridotta a mero scontro di potere tra individui,
potentati economici o militari, classi, partiti, popoli, gruppi religiosi. Tale essa è
stata 'scientificamente' pensata da molti sostenitori di una concezione
conflittuale della natura umana: tra loro Hobbes col suo homo homini lupus, e i
teorizzatori del "darwinismo sociale" come lotta degli individui per
l'esistenza, con l'affermazione civile ed economica dei più forti e capaci; Marx con la
lotta di classe; Carl Schmitt col suo considerare essenza della politica la
contrapposizione tra amico e nemico.
E' questo modo di intendere la politica che in quattro continenti su cinque
ha generato e genera - e tenta di giustificare - i vari totalitarismi ideologici (con
lager e gulag), le dittature militari, l'olocausto, le ricorrenti pulizie etniche; è tale
concezione della politica che turba la vita interna degli Stati e la scena internazionale,
cercando nella violenza la soluzione dei nuovi problemi dell'umanità attuale. Delusi di
tale risultato, molti pensatori tentano di elaborare modelli di uomo e di società più
solidi e più capaci di evitare sprofondamenti in nuove forme di disumanesimo.
Dalla abbondante letteratura in merito e dalle numerose ricerche di nuove vie
cogliamo alcuni spunti, brevi, limitati, ma scelti con intenzione.
Prendiamo il primo da un impegnatissimo tentativo di rifondare la politica,
tentativo che inizia dal ridiscutere la stessa nascita della polis: prima che si
parli di cittadino, bisogna prendere in considerazione l'uomo,
l'uomo in quanto uomo, prima di ogni sua diversificazione etnica, religiosa, politica,
l'uomo come apolide prima di appartenere alla società; questa gli uomini liberi la
fondano con un mutuo contratto, generante un legame di reciprocità, e lo
realizzano nel rischio e col coraggio della libertà. E la libertà, in
politica, è libertà con, è agire in comune.
Un secondo spunto lo cerchiamo nel recente fenomeno del "nuovo
comunitarismo"
- in gran parte prassi ancor prima che teoria - come "irruzione del sociale"
davanti al "politico", tramite lo sviluppo di nuove forme di
associazionismo: economico, culturale, ecologista, femminista ed anche religioso, o per
particolari problemi ampi (la pace, i diritti umani) o locali (azioni cittadine). Sono
forme associative spesso coordinate in reti e con forte capacità di guadagnarsi influsso
o partecipazione attiva nello specifico ambito politico. Il fenomeno è visto come un
processo diffuso di "iniziativa personale, comunitaria e solidale",
frutto di una nuova coscientizzazione della base e di un "ethos culturale globale,
che favorisce un nuovo modo di far politica" e una sua "rifondazione"
dal basso.
Ci sono però pensatori convinti che la crisi della politica non possa
trovare la spiegazione - e tanto meno la soluzione - solo in ambito strettamente politico
o in quello sociale. Da qualcuno di loro ci viene offerto un terzo spunto per andare più
in là e più in alto: nell'analizzare la storia totale dell'umanità Voegelin vede
l'epoca attuale, coi suoi fallimenti filosofici e politici, come "regresso spirituale",
come "sfacelo del razionale". Per risollevarsi occorre recuperare la
"consapevolezza dei principi" e l'apertura al trascendente, attingendo
alle fonti del giusto ordine metafisico, etico, storico, nel cui seno potrà riacquistare ordine
anche il pensare e agire politico.
Sulla necessità assoluta di ripartire dall'uomo, ma anche di
riscoprirlo nella sua dimensione sacrale, insisteva Giordani nell'immediato dopoguerra,
mentre proclamava il suo convincimento che anche la democrazia non basta se è solo
tecniche e metodo, ma le occorre un'anima per attingere a valori superiori proprio
nell'interesse dell'uomo.
Siamo una società sempre più complessa, pluralistica, multietnica, con
accelerati fenomeni di mobilità delle persone e di trasformazioni sociali. Entro tale
società occorre ripensare la politica per poter ridire con senso più universale e con
maggior profondità e sincerità espressioni quali: la politica è per l'uomo,
umanizzare la politica.
Anche il parlare di politica come servizio non ha senso pratico, se
non si coltiva un atteggiamento interiore, per cui vada maturando una nuova realtà di
politica come reciproca accettazione tra dirigenti e cittadini e, negli uni e negli altri,
tra di loro; un atteggiamento interiore di comprensione delle diversità e delle
problematiche altrui: politica come amore sociale.
La politica: "qui è la sua dignità: d'essere servizio sociale,
carità in atto".
La polis e le sue virtù
Parlare di carità e amore in politica e richiamare l'aggancio di questa a
realtà trascendenti sembrerebbe più spiritualità politica che non analisi scientifica
della vita civile. Certo, la spiritualità ha una sua parola da pronunciare, come fa con Caterina da Siena (1347-1380), che esorta i governanti a "signoreggiare"
le proprie passioni; o con Giordani, che sulle orme della
vergine domenicana propone ai cristiani in politica, "soprattutto a chi
dirige", i consigli evangelici di povertà, castità, ubbidienza. Sono proprio i
classici di scienza politica, tuttavia, a toccare argomenti di tal genere.
Lo fa Aristotele (384-322 a.C.), il cui pensiero
viene così riepilogato da un suo studioso: "lo stato può reggersi solo con la
virtù". E il filosofo scrive: "lo stato è virtuoso in quanto sono
virtuosi i cittadini"; e ancora: "a quanto pare, è l'amicizia a tenere
unite le città".
Il già ricordato Hobbes, più noto per le sue
teorie sull'aggressività, ci sorprende quando scrive che nella civitas è
possibile per i cittadini praticare nei rapporti reciproci (inter se) le virtù
pacifiche della giustizia e della carità, con le quali accedono ad similitudinem Dei.
Anche Machiavelli (1469-1527) parla di virtù,
ma ne concentra il significato nello specifico politico, come capacità e abilità del
principe nel conseguire il fine supremo: l'unità e la stabilità dello Stato.
Con Montesquieu (1689-1755) invece torniamo alla
sua più ampia dimensione morale: la virtù è "l'unica forza capace di sostenere
un governo popolare"; è necessaria per i cittadini, ma anche "per chi fa
eseguire le leggi", facendogli "sentire che lui stesso vi è
sottomesso"; se manca la virtù "la repubblica è un corpo morto, la cui
forza è costituita soltanto dal potere di alcuni cittadini e dalla licenza di tutti"
.
Tale posizione di uno dei più autorevoli padri dello Stato moderno ci
richiama la drastica affermazione di sant'Agostino (354-430): "tolta la giustizia,
cosa sono gli Stati se non grandi brigantaggi?" (vale a dire, un insieme organizzato
di violenze, ruberie, sopraffazioni personali e sociali) .
In quanto all'apertura al trascendente, ci basterà per il discorso che
andiamo conducendo, un solo riferimento a uno scrittore non di temi religiosi.
Giambattista Vico (1668-1744) ritiene che linguaggio, diritto naturale,
leggi, forme di autorità e tipi di governo si evolvono sotto la guida di una "mente
superiore", la quale si inserisce nelle iniziative umane, spesso correggendole e
comunque amplificandole al di là delle loro finalità limitate . Questa mente superiore
è la "divina Provvedenza"; essa stimola i vari popoli a tendere - nella
loro libertà di dare differenti risposte - verso una meta più elevata: la "eterna
repubblica naturale", che sarà frutto della "ragione umana tutta
spiegata" e, allo stesso tempo, della "sapienza infinita
ordinatrice" di Dio . Pur sottolineando il diversificarsi nella storia dei
singoli popoli, Vico ha un forte senso dell'unità del genere umano ed usa espressioni
quali "la gran città delle nazioni, l'universo dei popoli, il mondo delle
nazioni" . Non dà riferimenti alla Scrittura o ai teologi, ma dalla sua
riflessione sulla storia globale dell'umanità egli ricava questa presenza di Dio nelle
vicende umane, trattandone nel suo libro di maggior rilievo, Scienza nuova, che
egli stesso qualifica come "teologia civile ragionata" .
I cristiani e la politica
La presenza "civile" di Dio, cioè il suo rapporto con
l'ambito del sociale e, specificamente, del politico, è un problema che il Cristianesimo
porta con sé dalle origini. Gesù rompe una plurimillenaria realtà, sia ebraica che
pagana, caratterizzata dal monismo politico-religioso; egli rompe questo quando dichiara
la dualità tra le spettanze di Dio e quelle di Cesare: "date a Cesare quel ch'è di
Cesare, e a Dio quel ch'è di Dio" (Mt 22,21; Lc 20,25). In tal modo enuncia la
distinzione tra i due campi della religione e della politica e riconosce a questa una sua
specifica sfera di competenze. Suscita però il problema, quando in Pilato, che lo
sta mandando a morte, vede un potere "datogli dall'alto" (Gv 19,11).
La stessa cosa dice Paolo, quando, entrando nella sostanza del potere
politico, ne conferma la derivazione da Dio e considera i governanti ministri di Dio con
funzioni di premiare o castigare i governati a loro salvezza. Pietro si trova sulle stesse
posizioni , anche se di fronte al potere persecutorio lo rifiuta, scindendolo
dall'autorità divina, quando afferma: "bisogna ubbidire a Dio piuttosto che agli
uomini"; inaugura così la linea religiosa-e-politica dei martiri, da cui nasce
l'epoca delle libertà umane, premessa necessaria delle libertà civili.
Su origine e funzioni dell'autorità sviluppa il discorso Agostino, che
attribuisce all'impero romano una funzione provvidenziale, in vista della venuta di
Cristo; egli ritiene che l'autorità politica sia una conseguenza del peccato originale,
senza il quale l'uomo non avrebbe avuto alcun potere sull'altro uomo.
Tommaso d'Aquino (1225-1274), invece, ritiene che ci sarebbe stata lo stesso
una potestas, ma direttiva e non coercitiva: la società civile, con l'esigenza di
istituzioni, fiorisce da Dio in quanto creatore dell'uomo per natura socievole, ma si
realizza storicamente per opera della ragione e della volontà dell'uomo. Così in seno al
pensiero cristiano prende corpo una linea che intende decisamente ritagliare per la sfera
politica un proprio ambito specifico, distinto da quello religioso, e riserva crescente
considerazione alla dimensione terrena della civitas ed al ruolo di protagonista
che in essa spetta alla "communitas politica". E' una linea di umanesimo
cristiano, che coltiva nel proprio seno il concetto di sovranità popolare e che si va
arricchendo ed approfondendo in un lungo cammino col contributo di autori sia cattolici -
in particolare Francisco Suarez - che protestanti; tra le guerre che accompagnano il
formarsi di nuovi Stati, anche sotto lo stimolo, o la copertura, di rotture religiose
originate dalla Riforma, vengono sviluppate elaborazioni dottrinali sul piano giuridico e
politico, che preparano la nascita della moderna democrazia.
Un particolare contributo viene dal dibattito sul rapporto tra il potere
ecclesiale e quello civile, che da Costantino in poi si trascinava con frequenti
sconfinamenti, ora da parte del Papa (teocrazia) in base al primato dello spirituale, ora
da parte dello Stato (cesaro-papismo, giurisdizionalismo) per la teoria del diritto divino
dei re (sempre, dunque, con argomenti di carattere religioso). Il dibattito si intreccia
con le teorie sull'origine del potere, accentuando ora l'importanza fondante del patto
sociale e del ruolo del popolo, ora le caratteristiche della sovranità. Si giunge a
posizioni di estremismo; da un lato i "monarcomachi" teorizzano il diritto di
resistenza e il tirannicidio , dall'altro si consolida la dottrina della monarchia
assoluta, fino a considerare il re come "luogotenente di Dio". In pratica, nella
dottrina ufficiale del mondo cristiano - cattolico, protestante e ortodosso - prevale
quella posizione che è stata chiamata "alleanza fra il trono e l'altare",
caratteristica del cosiddetto Ancien régime. Saranno l'Illuminismo, la Rivoluzione
americana (1775-1782) e la Rivoluzione francese (1789-1799) a cambiare profondamente il
quadro culturale e lo scenario politico, mentre anche l'assetto sociale viene stravolto
dall'avanzare della rivoluzione industriale.
Per la nuova società
Di fronte ai conseguenti molteplici problemi economici, sociali e politici si
configurano le soluzioni proposte dal liberalismo e dal socialismo: esse
non sono univoche e fisse, ma nell'un campo e nell'altro vanno assumendo forme variabili
secondo i diversi contesti culturali, e secondo il succedersi durante l'800 di eventi
storici e di elaborazioni dottrinarie, oltre che per l'impulso di operatori politici e
sindacali e di movimenti riformatori o rivoluzionari.
E' d'importanza tutt'altro che marginale - la sociologia della conoscenza ce
lo ricorda - il dato oggettivo che questi due fenomeni socio-culturali siano fioriti e
cresciuti in area di lunga tradizione cristiana - e non in area islamica o buddista o
indù; a generarli, o a fornire ad essi le condizioni per nascere, è stato quello stesso
terreno storico dove una tipica concezione dell'uomo, della società e del tempo (tempo
sempre in cammino, non immobile o ciclico) ha favorito una forte vivacità intellettuale,
lo sviluppo economico , sempre nuove acquisizioni scientifiche e loro applicazioni
tecnologiche.
Del comunismo è stato detto - Berdiaeff, Giordani ed altri - che si tratta
di una "idea cristiana impazzita"; così è la comunione dei beni (per spirito
di fraternità) trasformata in collettivismo da campo di lavori forzati, con la
distruzione della persona. Lo stesso, ma in direzione opposta, può dirsi del liberalismo:
questo ha preso l'uomo nel suo valore inalienabile, ma ha finito per sradicarlo dal suo
riferimento a Dio (di cui è immagine vivente ed è figlio insieme con tutti gli altri
uomini); e al concetto di persona ha sostituito quello di individuo,
uomo che si fa valore per se stesso ed emargina o cancella la fraternità.
Sul piano, poi, della storia delle idee non vanno ignorate - come avviene
talvolta nei libri e manuali in circolazione - le proposte di soluzione sostenute da
cristiani, laici o anche membri del clero. Molti di essi, qua e là, inizialmente si
muovono a titolo personale e senza ancora una visione globale, ponendosi in qualche caso
anche fuori dalla ortodossia ed attirandosi le diffidenze delle strutture ecclesiali.
La presenza di azione e di pensiero si fa sentire fin dalle origini della
Rivoluzione americana e di quella francese; questa trova uno dei teorici più lucidi
nell'abate Emanuele Sieyès; e proprio tra i rivoluzionari parigini, scrive lo storico
Pietro Scoppola, nasce l'espressione "democrazia cristiana" a distinguere
i cattolici progressisti dai cattolici conservatori.
Bisogna dare il giusto rilievo, pur senza sopravvalutarlo, al fatto che molti
pensatori di ambedue i campi hanno una ispirazione cristiana più o meno autentica, che
essi non esitano a dichiarare. Così sulla sponda dei riformatori sociali possiamo
osservare: la fraternità evangelica del Nouveau Christianisme (1825) di C.H. de
Saint-Simon; il progetto - elaborato nel 1848 da Pierre Leroux - di una Costituzione in
cui le istituzioni parlamentari riflettano il mistero della Trinità; la ispirazione
religiosa del socialismo inglese di Robert Owen e del cartismo; una tipica figura
come Philippe Buchet (1796-1865) che, dalla carboneria e dal sansimonismo convertitosi al
cattolicesimo, legge nei principi della Rivoluzione e in quelli del socialismo un'anima
cristiana e considera l'intera civiltà moderna come nata interamente dal Vangelo.
Tale presenza dei cristiani nel dibattito per una società nuova già nella
prima metà dell'800 è così consistente da attirare l'attenzione - e la preoccupazione -
degli stessi Marx ed Engels, che nel Manifesto del 1848 sferrano uno sprezzante
attacco contro il "socialismo clericale".
Un più deciso e autonomo cattolicesimo sociale prende forma con altri
personaggi: tra essi Federico Ozanam (1813-1853) con le sue battaglie su l'Ere nouvelle
per una democrazia a piena partecipazione del popolo, e il vescovo di Magonza, Wilhelm E.
Ketteler (1811-1877). Quest'ultimo a cominciare dal 1848 esalta il valore del lavoro ed
elabora progetti e dottrina per trarre una soluzione della questione sociale dai principi
cristiani, in dialettica con quelli liberali e socialisti.
Nel campo dei vari liberalismi si fa strada anche un liberalismo di
cattolici, vivacissimi nella Francia post-rivoluzionaria, ma attivi, ove più ove meno, in
tutte le nazioni europee e americane (compresi gli Stati che qui si formano con la
liberazione dal colonialismo).
Questo liberalismo presenta caratteristiche particolari: fa proprie le nuove
libertà civili, politiche, economiche ma nel quadro dell'etica cristiana; accetta il
nuovo Stato con istituzioni rappresentative; lo accetta anche come non più legato a una
visione teocratica, ma lo vuole non agnostico di fronte ai valori morali e al diritto
naturale; si batte per i diritti e la libertà anche della Chiesa (specialmente in merito
all'insegnamento e all'assistenza); esige l'intervento legislativo dello Stato nella
questione sociale.
Perciò alcuni dei cattolici liberali, specialmente l'iniziatore, l'abate Felicité de
Lamennais (1782-1854), vengono considerati in qualche misura anche cattolici sociali.
Uno dei più noti è Charles de Montalembert (1810-1870), politico attivo e
scrittore vigoroso, che sostiene vivaci battaglie in Francia per la libertà della Chiesa,
contro il monopolio scolastico statale e contro il ritorno del bonapartismo con Napoleone
III. Nello stesso tempo stimola al dibattito i cattolici di tutta Europa, ed è tra i
principali animatori dei congressi di Malines nel Belgio (il primo si tiene nel 1863); suo
è il principio "libera Chiesa in libero Stato", fatto proprio anche
dallo statista italiano Cavour.
Per dire alcuni nomi di italiani che danno vita ad una presenza cattolica,
con posizioni di cattolicesimo liberale o sociale (non sempre la distinzione è netta) si
può pensare a Gioberti, Manzoni, Rosmini, Padre Gioacchino Ventura, Tommaseo. Più vicini
ai nostri tempi troviamo Giuseppe Toniolo (1845-1918), economista e teorizzatore di una
politica cristiana, e il sacerdote siciliano Luigi Sturzo (1871-1959). Quest'ultimo
elabora ed attua un suo popolarismo, col quale nel 1919 fa tornare alla politica
attiva i cattolici italiani, rimasti assenti dal 1870, dopo la fine del potere temporale
dei Papi.
Come aspetti più recenti dell'umanesimo politico cattolico è d'obbligo
ricordare l'umanesimo integrale (o plenario) di Jacques Maritain e la
rivoluzione personalista e comunitaria di Emmanuel Mounier: esercitano tuttora
notevole influsso culturale a raggio planetario, dentro ed oltre l'area cristiana. E non
si può ignorare che anche fuori dell'Europa, specialmente nei paesi latino-americani,
fioriscono iniziative di azione e di pensiero, in genere teologico e sociologico, per la
promozione economica e civile delle popolazioni emarginate.
Orizzonti aperti
Nel concludere questo rapido riepilogo storico-analitico, ci sembra opportuno
offrire ancora alcune considerazioni ed invitare ad uno sguardo in prospettiva:
- la Persona e lo Stato
Nei due secoli della società uscita dalle rivoluzioni americana e
francese la presenza del pensiero e dell'azione dei cristiani si attua non come una
mediazione tra due contrastanti posizioni, ma con elementi che man mano si chiariscono
come tipici di una propria concezione dell'uomo e dello Stato. Questi, ad esempio: il
cittadino come persona, realtà primaria, multidimensionale, radicalmente relazionale; non
lotta ma collaborazione tra le classi; valore originario delle comunità intermedie - a
cominciare dalla famiglia - a fianco delle quali lo Stato opera in linea sussidiaria;
ammissione da parte della politica che esistono valori morali metapolitici; Stato laico ma
non laicista. E' un preciso umanesimo politico cristiano, che nel dibattito
culturale, e con la concreta presenza nelle istituzioni e nei partiti e sindacati, ha
influito sulla trasformazione dei due umanesimi, liberale e socialista, e ne ha
favorito il reciproco avvicinamento.
Su tale processo di trasformazione e di attenuazione delle differenze ha
naturalmente agito la verifica storica: questa ha senza dubbio dimostrato, e dimostra, la
provvisorietà e la inadeguatezza di certe soluzioni concrete tentate dai vari liberalismi
e socialismi, ponendo di continuo domande sempre più complesse. Ne viene la conclusione
che per dare risposte più efficaci non basta nessuna proposta unilaterale, ma è
necessario il dialogo, sia pure energico - e non la rissa - di idee e di fatti fra tutti.
E bisogna mettersi in questo dialogo, partendo da una nuova concezione della politica, che
accetti operativamente la presenza fondamentale della dimensione spirituale dell'uomo: è
con essa che si realizza un "umanesimo plenario", che fa l'uomo veramente uomo;
è con essa che la polis diventa vera "città dell'uomo".
- Un cammino impegnativo
Nel graduale maturarsi di una dottrina sociale e politica cristiana
decisivi sono stati gli interventi del magistero, specialmente quelli di Leone XIII, e in
particolare la Rerum novarum, 1891. Questa però non nasce all'improvviso: essa
raccoglie quasi un secolo di ricerche e di proposte fiorite in ambito cattolico, e
conferisce loro una sistemazione organica; non segna neppure un punto bloccato d'arrivo,
poiché la dottrina continua a svilupparsi con altri contributi di pensatori - preti e
laici -, e trova altre tappe fondamentali in documenti di Papi successivi.
Intanto entrano in scena anche le conferenze episcopali di varie zone del
mondo, tra cui particolare risonanza hanno le Conferenze organizzate dal C.E.L.A.M. a
Medellin (1968), Puebla (1979) e Santo Domingo (1992).
Tra i documenti papali di più stretto interesse del pensiero politico, va
forse dato particolare rilievo a quello del Natale 1944: in esso Pio XII, superando il
tradizionale atteggiamento della Chiesa ufficiale, equidistante di fronte alle varie forme
di governo, fa solennemente la scelta della democrazia, come il sistema più razionale che
corrisponde alle esigenze di dignità dell'uomo, e come la condizione più idonea ad
assicurare un nuovo spirito nei rapporti internazionali e la pace tra i popoli.
Una scelta del genere ha la sua importanza nel respingere le tentazioni che
talvolta turbano il pensare e agire politico dei cristiani, inducendoli a ritenere più
efficaci per il bene comune vie non democratiche; decisioni in tal senso sono state prese
ora con motivazioni etico-religiose, ora poggiandole su dottrine politiche con risonanze
di idee e tradizioni cristiane.
Dopo gli approfondimenti del Concilio Vaticano II, nuovi stimoli
vengono da Giovanni Paolo II in merito ai grandi problemi economici e politici planetari,
alle "strutture di peccato", ai diritti non solo dell'uomo ma dei popoli.
Gli interventi di questo papa "venuto da lontano", così vasti e densi di
interessi per la cultura contemporanea, richiamano l'attenzione soprattutto per la linea
da lui dichiarata e seguita: "la via della Chiesa è l'uomo".
Egli sembra, così, volersi immedesimare come Chiesa in tutta la
drammatica crisi dell'uomo di fine millennio, e impegnarsi in modo meno cattedratico e
più partecipativo, al suo fianco, nella sua ricerca di verità sulla identità umana:
gonfiata, indebolita, biotecnicizzata, smarrita. Nello stesso tempo appare voler indicare
nuove prospettive di metodo per la Chiesa stessa, onde far bene la sua parte perché si
trovino adeguate risposte, per il terzo millennio, a questa domanda preliminare:
- quale uomo ?
Dopo i disumanesimi evidenziati dalla II guerra mondiale si constata un
ampliarsi della riflessione cristiana sulla problematica socio-politica. Ci sembra di
leggere in certi atteggiamenti del magistero il desiderio di più stretto collegamento tra
il pensiero teologico e le scienze dell'uomo. Vi scorgeremmo anche quasi l'invito a una
più fiduciosa collaborazione tra gli ambienti ecclesiali istituzionalmente dedicati alla
dottrina e i "non addetti ai lavori", intendendo per questi sia il laicato
interno alla Chiesa, sia - visti i tanti fatti già registrati - gli studiosi sociali
"esterni", nelle loro diverse colorazioni (di altre confessioni cristiane, di
altre religioni, di altre culture).
In effetti si nota un fiorire di contributi ad opera di circoli e istituzioni
culturali, università cattoliche e non, settimane sociali, convegni, stampa specializzata
e non, e iniziative varie di singoli studiosi e di gruppi, con una diffusa tendenza a
riflettere, certo, su documenti del magistero, ma anche a compiere proprie ricerche e ad
elaborare proposte di prassi e di teoria.
In tale fervore vitale e intellettuale si colloca l'esperienza del Movimento
dei Focolari, che da oltre cinquant'anni sta dichiarando e vivendo una sua tipica proposta
spirituale, piena, a un tempo, di urgenza sociale, con specifica attenzione anche alla
dimensione antropologico-politica. Le riflessioni sopra esposte e le pagine di teoria
politica richiamate tendono, sì, a mettere in luce più gli aspetti umani che quelli
tecnici della polis, proprio per leggere le radici della crisi attuale; ma hanno
voluto anche scegliere alcune tematiche, che ci sono sembrate più atte a stabilire punti
di riferimento col pensiero di Chiara Lubich.
Proprio nel campo in esame lei apre un orizzonte fortemente innovativo quando
ci presenta un tipo di uomo ben caratterizzato: un uomo che ha in radice l'esser politico
e lo sente come vocazione; lo vive nella sua polis, ma è aperto all'intera
famiglia umana; lo considera espressione - forte - della sua relazionalità positiva (
donativa) nella quale si realizza come uomo; lo inserisce nel quadro totale dell'essere e
dell'esistere, che è un "insieme" di spirituale e di terreno, e trova nello
spirituale la garanzia e lo stimolo per il concreto cammino terreno: un trinomio
organico di profondità, ampiezza, e altezza, che attinge in quest'ultima il
senso vitale delle altre due.
Questo schema di antropologia non lo troviamo teorizzato dall'autrice: lo
scopo che ella si prefigge, infatti, non è di impartire lezioni accademiche sulla
politica, ma di illuminare un nuovo modo di viverla. Ed ha sempre suscitato iniziative
pratiche nel Movimento che attorno a lei andava sorgendo, per stimolare all'azione:
un'azione recante in sé idee-forza attuative del Vangelo in situazioni concrete,
idee-forza che nel viverle si chiarivano man mano nel loro aspetto anche di pensiero
propriamente politico.
Prima di andare all'esame dell'aspetto teorico, conviene perciò, sul piano metodologico,
volgere uno sguardo rapido, ma attento, sulle principali iniziative che lei personalmente
e i suoi collaboratori hanno messo in atto. Sono numerose e potrebbero essere sostenute da
abbondante documentazione, ma ne daremo qui soltanto un resoconto schematico, limitandoci
alle più significative.
Chiara Lubich: da Trento all'ONU
Nata in una famiglia con forte sensibilità sociale - padre
operaio, un fratello partigiano - fa nel dicembre 1943 una scelta di vita: consacrazione
a Dio nel mondo, ciò che lei chiama "quarta strada". Comincia ad
attuarla dedicandosi all'uomo: rimane nella città bombardata, mentre i suoi si
rifugiano in montagna; con le prime compagne dà vita ad iniziative di assistenza
immediata, e le continua a guerra finita, in modo sistematico - erano già in più di
cinquecento - per "risolvere il problema sociale" di Trento.
L'udienza concessale nel settembre 1948
a Montecitorio
da Igino Giordani, scrittore politico ed ecclesiale e da tre anni parlamentare, è un
incontro che dovrà rivelarsi determinante per lei e per il Movimento appena nato. E' un
incontro che le aprirà da un lato la via ad esperienze spirituali altissime; ma fa anche
esplodere in lei quell'altra dimensione del suo disegno umano-divino, alla quale, mentre
la manifesta nell'agire, ha dato voce con uno scritto di pochi mesi prima, leggendo nello
spirito francescano un forte impegno per la "giustizia sociale".
Giordani stimola l'esprimersi di questa dimensione, poiché nel clima di
profonda sintonia spirituale che si è creato, rappresenta per lei l'urgenza della
problematica politica; e mette con lei in contatto altri deputati, e, in un secondo tempo,
lo stesso De Gasperi, capo del governo. Ma Giordani nel dare, riceve, e ne è a sua volta
stimolato: mentre approfondisce il suo "perché" cristiano nel sociale,
trasforma il "come", passando dalla polemica vigorosa, talora aspra, degli anni
'20 al dialogo. Insieme con deputati amici del "focolare", e con politici di
altri partiti, costituisce una "intesa interparlamentare per la pace", presenta
col socialista Calosso la prima proposta di legge per l'obiezione di coscienza, dichiara
in pubblica seduta alla Camera il dovere per i cristiani di amare anche i comunisti: il
tutto in continua comunione con Chiara. Ciò che sta avvenendo dà occasione alla giovane
trentina di mostrare sorprendenti doti di vero e proprio
leader politico,
in quanto a idee ed anche sul piano operativo. Nel 1959 fonda il Centro S.Caterina,
ampliato l'anno successivo a Friburgo, Svizzera, in Bureau internazionale; e formula un
"decalogo" con indicazioni di comportamenti e linee di pensiero per i cristiani
che intendano ispirare davvero al Vangelo il proprio impegno politico, sia ad alti livelli
istituzionali sia da cittadini responsabili.
La sua attenzione viene attratta anche dalla "Chiesa del
silenzio" dell'Europa dell'Est; nel 1961 si reca oltre cortina, costituendo nella
parte libera di Berlino un punto di riferimento per i suoi, che operano al di là non per
tramare, ma per cercare in pacifiche attività professionali occasioni di sostegno ai
cristiani - preti e laici - sotto l'oppressione. Un sacerdote dell'Est si esercita nel
vivere con amore la condanna a fare il lavavetri dei negozi di Praga; un focolarino
dell'Ovest, mandato in missione speciale, va a finire in prigione (1963), dove meraviglia
i carcerieri perché invece di temerli, li ama. Nella Germania comunista la linea data da
Chiara L. ai suoi - presenza attiva nell'amore e rispetto delle leggi dello Stato - crea
comportamenti politici equivalenti ad un nuovo tipo di "resistenza"; e questa
non rimane ignota all'occhio onnipresente della Stasi, nei cui rapporti segreti oggi
leggiamo quasi un'ammirazione per questi strani cittadini.
In quell'epoca c'è un assioma della fondatrice del Movimento: "sostieni
quella realtà che vuoi far cadere". Non è sofistica strategia umana del
controsenso. E' certezza morale che l'amore sincero alle persone delle istituzioni riesce
a spezzare la durezza anche delle strutture più disumane; in più è profonda fede
nell'agire di una linea provvidenziale nella storia, anche se a tempi diversi da quelli
soltanto umani.
Intanto, in aggiunta al Centro S.Caterina fa sorgere altri Centri per le altre componenti
della vita sociale (economia e lavoro, arte, giustizia , educazione, comunicazione
sociale, ecc.).
Nel 1968 li riunisce in unico organismo, che prenderà il nome di
Movimento "Umanità Nuova",
quale espressione nel sociale del Movimento dei Focolari, nel disegno globale di offrire
un tipico contributo al rinnovarsi di questa epoca. Per tale disegno Chiara Lubich
mobilita sia intere famiglie con uno specifico Movimento "Famiglie Nuove"
(1967), sia i giovani nelle varie fasce d'età, costituendo per loro il Movimento Gen -
Generazione nuova - (1966), che poi avrà particolari diramazioni per l'impegno sociale:
"Giovani per un mondo unito", "Ragazzi per l'unità".
Tale disegno si sviluppa ancora in un'altra direzione molto concreta: nel
1967 Chiara dà il via alla costruzione di una "cittadella" a Loppiano (Incisa
Val d'Arno). Prende spunto dall'aver visto la comunità benedettina di Einsiedeln
(Svizzera) - la chiesa con luoghi di abitazione e di lavoro -, ma trasforma l'idea
all'oggi e la sviluppa: vuol realizzare "una città formata non da un'abbazia o da
alberghi, ma da case, luoghi di lavoro, scuole, ecc., come una comune città". Vi fa
confluire giovani e insegnanti, laici e sacerdoti, e poi famiglie intere, con bambini e
asili, facendo sorgere attività artistiche, industriali, agricole, commerciali. Il suo
progetto?: costruire una "città vera e propria", che abbia anche il
"proprio folklore" [
] ed esprima la propria arte e propri studi", e
sia il "bozzetto di una società nuova", facendo vedere il "mondo rinnovato
in città concrete, in città nuove". I giovani della "cittadella" di
Loppiano hanno costituito due complessi musicali - "Gen Rosso" per la parte
maschile, "Gen Verde" per quella femminile - che danno spettacoli in varie
città del mondo.
Riprendendo così il discorso sui Gen, oltre che in attività artistiche
Chiara L. li coinvolge in iniziative sociali e politiche in seno alla propria gente, ma
anche per ristabilire la pace tra i popoli, proprio a cominciare dai giovani, in momenti
di forti tensioni, come per le Malvine-Falkland, per l'Irlanda del Nord, per i lavoratori
turchi in Germania. Vanno ricordate per il loro taglio particolare: la "operazione
Libano", con commissioni di adulti e giovani inviati a prendere contatto con capi di
Stato o di governo (USA, Belgio, Spagna, Giordania) e con le ambasciate di molte nazioni;
e l'azione epistolare condotta durante la guerra del Golfo dai più giovani del Movimento,
quale indice eloquente della scelta "politica" della fondatrice di considerare
"cittadini attivi" anche i bambini al loro primo saper scrivere.
Ciò costituisce la rivalutazione radicale della vocazione politica
insita in ogni essere umano. In tale linea viene elaborato il "triplice patto"
tra elettori ed eletti con impegno etico, programmatico, partecipativo: gli uni e
gli altri agiranno secondo concetti dinamici di delega e di rappresentanza,
sì che queste non esproprino la sovranità del popolo, riducendola al nudo votare ogni
quattro o cinque anni, ma assicurino ai cittadini modi concreti di esercitare una continua
co-gestione della cosa pubblica. E' un patto che Chiara Lubich indica tra le "prime
idee nuove, prime realizzazioni" del suo Movimento; su di esso fioriscono esperieze
attuative in varie parti del mondo ed anche un certo interesse della cultura politica.
La sua attenzione oltre che all'agire politico all'interno di un popolo, è
rivolta con cura crescente a un'altra dimensione: l'universalismo. Il concetto
dell'"unico popolo di Dio", per lei vivissimo sul piano religioso, lo traduce in
operante prospettiva socio-politica fin dai primi passi del Centro S.Caterina (Mariapoli
estiva di Fiera di Primiero, Trento 1959 e Friburgo, Svizzera 1960). Lo attua con
iniziative varie anche sul campo dell'agire economico; e nel 1987 giunge l'entrata
nell'ECOSOC (commissione economico-sociale) dell'ONU, prima come Bureau internazionale
dell'economia e lavoro, poi come Movimento "Umanità Nuova". Ripropone la
prospettiva universalistica con nuovo vigore nel congresso internazionale dell'anno
successivo: Per una civiltà dell'unità è il suo tema, a cui segue un "Appello
per l'unità dei popoli".
Più di recente, nel suo creativo rispondere a problemi che incontra,
si pone ancora due traguardi di grossa portata. Da S.Paolo del Brasile, che lei vede con
la "corona di spine" delle sue favelas, dà l'avvio nel 1991 alla "Economia
di comunione".
Sul piano strettamente politico, per rispondere al disagio espostole da
cristiani impegnati in partiti diversi, nel maggio 1996, a Napoli, fonda il
"Movimento dell'unità".
E' non un altro partito aggiunto, ma il coordinarsi spontaneo dei politici,
che pur in posizioni diverse ed anche opposte, hanno saggezza e coraggio di dare priorità
all'intimo della coscienza per giungere, in date occasioni, a un agire comune in difesa e
promozione di valori cristiani. E' una linea concreta, che presto si allarga anche ai
non-cristiani per un impegno comune sui valori profondi dell'uomo; inoltre da azione
nazionale si amplia in dialogo tra politici di diverse nazioni, e da azione saltuaria e
congiunturale passa a presentarsi come concezione strutturale di un nuovo tipo di
politica.
A questa realtà in cammino la fondatrice imprime nuovo impulso mediante una
lettera dal Brasile del maggio 1998, con la quale affida ai suoi una consegna:
approfondire l'aspetto culturale. Eppure questo era già abbastanza curato con corsi di
formazione e aggiornamento del Movimento "Umanità Nuova" e del Movimento
"Gen", con due "scuole sociali" funzionanti da tempo in Brasile e
Argentina, con le scuole della "Res nova" in Italia, oltre che con varie
pubblicazioni: il quindicinale "Città Nuova" (dal 1956); il mensile
"Ekklesia" durato dal 1967 al 1971 e affiancato da "quaderni" ed altri
volumi collettanei monotematici; e soprattutto il bimestrale "Nuova Umanità"
(iniziato nel 1968) di notevole impegno scientifico, prevalentemente teologico-filosofico.
Chiara Lubich indica ora ai suoi della politica un traguardo più alto:
impegnarsi nello studio - in dialogo con la cultura contemporanea - per raggiungere veri
livelli scientifici onde far fiorire una corrente di pensiero politico, che rifletta la
spiritualità dell'unità; e nel febbraio 1999 invita alcuni esperti e studiosi di
politica a formulare linee di statuto e di programma teorico e operativo, per dare al
"Movimento dell'unità" la capacità di proporsi anche all'esterno dell'ambiente
focolarino.
Intanto la presenza attiva di Chiara L. si sviluppa in modi per lei inusuali
sulla scena culturale e politica: così di una piccola città, come di una cattedra
universitaria o di un parlamento. Viene insignita di premi dal netto sapore politico, come
quello per la pace (Unesco, Parigi 1996) e per i diritti dell'uomo (Consiglio d'Europa,
Strasburgo 1998).
Riceve lauree h.c. non solo in discipline strettamente attinenti la teologia
o il dialogo interreligioso, ma anche in Scienze sociali (Lublino, 1996 e Fairfield, USA
1997), in Filosofia (Città del Messico 1997), in Scienza delle Comunicazioni sociali
(Bangkok, Tailandia 1997), in Umanità e scienza della religione (S.Paolo, Brasile 1998),
una laurea multidisciplinare a Buenos Aires (Argentina 1998), in Scienze economiche
(Pernambuco, Brasile 1998 e Piacenza 1999), in Psicologia (Malta 1999). Viene chiamata a
parlare al Simposio del WCRP presso la sede ONU (New York 1997), a un incontro di
imprenditori e politici presso il Parlamento federale brasiliano (Brasilia 1998), a una
seduta del Parlamento federale svizzero (Berna 1998), ai deputati del PPE presso il
Parlamento europeo (Strasburgo 1998), a deputati di maggioranza e opposizione presso il
Parlamento di Lubiana, Slovenia (1998), a politici e pubblici amministratori a Fontem,
Camerun (maggio 2000). Riceve la cittadinanza onoraria nelle città più diverse, come,
per dirne solo alcune, Rocca di Papa (1995), Bologna (1997), Palermo e Buenos Aires
(1998), Roma (febbraio 2000). Sono tutti riconoscimenti del suo impegno operativo e
intellettuale nelle concrete realtà umane e, allo stesso tempo, sono occasioni che la
invitano a comunicare ancora il suo messaggio spirituale, applicandone la ricchezza di
contenuti antropologici e sociali a precise situazioni civili, locali, nazionali,
mondiali.
Concepire una politica alta
Nell'intraprendere l'analisi della sua concezione politica, bisogna
precisare che il nostro è solo un primo tentativo, basato su riflessioni, esortazioni,
indicazioni programmatiche di Chiara Lubich, scritte o dette e poi diffuse attraverso una
pubblicistica finora più divulgativa-narrativa che sistematica-scientifica.
Qui non utilizziamo se non in minima parte il patrimonio di intuizioni ed
esperienze spirituali da lei vissute nel 1949-51, ed ora in via di sistemazione ed
elaborazione nella "scuola Abbà", sia per l'aspetto teologico che per quello
delle scienze umane. Va detto, comunque, che tali intuizioni ed esperienze costituiscono
già la sostanza della "spiritualità dell'unità", quale si è venuta
sviluppando fino ad oggi, con le connesse forme di "Incarnazione" in ogni
possibile aspetto del sociale, ivi compreso l'impegno politico.
In riguardo a questo le sue posizioni si dimostrano, certamente, innanzitutto
come offerta di una spiritualità che animi la "città dell'uomo", ma anche come
enunciazione di principi specificamente politici e indicazione di metodo per l'attuazione,
la quale li verifica e talvolta li precede.
- Premessa necessaria: chioma e radice
Una difficoltà può far velo, ma forse più per il comune lettore
che non per i ricercatori e studiosi; lei infatti non ci offre né scritti sistematici di
politica né pagine in cui tratti solo di politica. Costante è nel suo agire e pensare il
riferimento al sacro. In tutti i suoi scritti e conversazioni risulta affermata una
verità di fondo: la coessenzialità fra il divino più alto e il concretissimo agire
umano, di cui quello politico è una delle espressioni più vive e problematiche.
Non è una coessenza che rischi di cadere in integralismo: la intima fusione
tra i due elementi non diventa mai confusione, né schiacciamento del naturale da parte
del soprannaturale. Unità e distinzione fra essi sono nel loro essere e operano nel loro
esistere, secondo ciò che lei chiama "modello trinitario": ognuno dei due ha
propria specifica consistenza, e la realizza nel donarsi, rafforzando quella dell'altro.
Valorizzando i dati comuni della fede e della elaborazione teologica, Chiara
Lubich sottolinea il fatto che, proprio per essere stato creato da Dio a sua
"immagine e somiglianza", l'uomo è "come un 'tu' che sta di fronte a
Dio", ed è abilitato a dirgli in autonomia e responsabilità il proprio
"sì" o il proprio "no". E rilancia - con un'ampiezza e profondità da
valutare, obiettivamente, in gran parte nuova - la motivazione mistica della dignità
dell'uomo, dichiarata dal Vangelo per la presenza di Gesù in ognuno di noi: "quello
che farete al più piccolo l'avrete fatto a me" (Mt 25,40). E' un principio che lei
vede valido e da attuare non solo come realtà religiosa e caritativa, ma come ratio
di ogni agire umano in tutte quelle che in linguaggio ecclesiale vengono chiamate
"realtà terrene" (famiglia, lavoro, educazione, arte, socialità, politica e
via dicendo). E lo fa cominciando col precisare che amare Gesù nel fratello non può
significare "usare l'uomo come mezzo per amare Dio"; ma, facendo suo il pensiero
di un teologo belga, afferma: "l'uomo è in se stesso un fine [
] ha una sua
grandezza intrinseca".
Può esserci utile ancor più un concetto da lei enunciato per un altro
campo d'azione, ma di lecita applicazione anche nel nostro: l'amore inter-umano e l'amore
a Dio sono "l'un dell'altro fioritura e radice". Il che vuol dire che anche quel
rapportarsi inter-umano che è la politica, non solo non viene alienato nel rapporto con
Dio, ma ne risulta potenziato (è fioritura, è chioma) e a sua volta
potenzia il rapporto verso l'alto e può addirittura generarlo (è radice).
Si aggiunga il fatto che lei propone questa sua tematica politica - senza un
minimo autocensurarsi - anche ai cosiddetti "non-credenti". A fugare infine ogni
dubbio basterà leggere i suoi scritti per costatare quale serena armonia ella veda - e ci
narri - tra il cielo e la terra, con scambio vitale tra luce di quello e colori di questa,
a beneficio della sofferta storia nostra terrena, proprio a garanzia e alimento del
realizzarsi dell'umano.
In coerenza con tale 'rampa di lancio', applicazioni e riflessioni politiche
di Chiara le troviamo che fioriscono qua e là nelle pagine 'sacre' alla più pura
contemplazione, senza però far mancare passi come veri e propri documenti di specifico
politico; il tutto procede secondo una linea di pensiero costante, in piena continuità
logica, pur con sviluppi nel tempo come approfondimento o come nuove modalità di
applicazione, secondo le persone, le occasioni, le problematiche con le quali s'è trovata
a dialogare.
Bisogna pur dire come da parte degli stessi suoi collaboratori - che da anni
svolgono temi in simposi e congressi o pubblicano articoli a commento di suoi scritti - si
sia appena all'inizio in quanto a riflessione su certi aspetti del suo pensiero
concernenti più esplicitamente le scienze dell'uomo, come psicologia, pedagogia,
sociologia, economia, politica .
Qualcosa però è cambiato con la "svolta" culturale avviata dalla
lettera del 7 maggio brasiliano: sue pagine fin allora lette quasi esclusivamente in
chiave di "spiritualità della politica", rilette oggi con ottica
"scientifica", vengono in luce anche nei loro contenuti di precisa valenza
politica, come metodo e come dottrina.
Stiamo compiendo i primi passi in tale rilettura, coscienti che
bisognerà andare a un lavoro più sistematico e completo, da costruirsi a più voci.
Abbiamo risultati ancora acerbi e soprattutto parziali; possiamo però già
dire che emergono evidenti e con accenti tipici diverse categorie concettuali. Cerchiamo
di presentarne uno schema per offrire un'idea della struttura portante del suo pensiero
sulla polis; passeremo poi ad una prima rapida rassegna di suoi scritti, da
considerare quali "documenti" più significativi sul tema specifico.
- Dio, l'uomo, la città
Analizziamo per sommi capi alcune di tali categorie, riprendendo il discorso
sulla domanda "quale uomo?" e continuando ad esporre la sua risposta:
a) l'uomo di Chiara Lubich è radicalmente abitato dal divino, in virtù del suo
essere creaturale; se aderisce ad esso, l'anima è "riempita di tutto il Cielo",
ella scrive; e ciò costituisce "la Realtà vera di me, il mio vero io". Così
è anche per tutti gli altri uomini, pur se rimangono "ciechi alla visione di Dio
dentro e fuori di loro"; a me, a ognuno che già vive tale "fusione"
interiore, e la vede negli altri "sotterrata", tocca agire per aiutarli, sì che
essi la facciano risorgere in loro. Così possiamo agire insieme e portare dappertutto
"Luce" e "Fuoco". "Allora tutto si rivoluziona: politica ed arte,
scuola e religione, vita privata e divertimento. Tutto". In una parola, operiamo per
la "risurrezione" della città.
E' un uomo a tre dimensioni, quelle componenti il trinomio che
abbiamo indicato nell'iniziare ad esporre la sua tipica risposta alla domanda "quale
uomo?". Sono: - la profondità, che gli scopre e illumina le radici del
proprio sé; - l'ampiezza, che lo slancia oltre ogni confine, nella sua
relazionalità orizzontale; - l'altezza, come "Cielo" che lo abita, anche
a sua insaputa, e lo urge nella sua relazionalità verticale. E' una tridimensionalità
simile a quella che anni fa ci è sembrato di poter individuare nella concezione di
uomo sottostante alla "Populorum progressio" di Paolo VI (1967), ma con una
differenza riguardo alla terza dimensione: considerata solo in questa Enciclica, è
presente come "apertura verso l'Assoluto" e come crescere dell'uomo che
"non realizza se stesso se non trascendendosi"; nell'antropologia di C.Lubich il
"divino" è dentro l'uomo, oltre che punto da raggiungere è punto di partenza,
e, se è "sotterrato", l'amore del fratello lo fa "risorgere".
Ci troviamo di fronte un nuovo tipo di uomo nuovo, dotato di forte
unità interiore, ricco di intelligenza dei valori realizzanti in pienezza la vita
personale e sociale; è uomo capace di amare fino a dare la vita non solo per la patria o
per un ideale, ma anche per ciascuno degli altri uomini, che vede tutti quali fratelli;
con essi è uomo di comunione, qualunque sia il loro credo religioso e politico,
quale che sia la loro vita concreta, anche deviante; è un uomo-mondo aperto
sull'umanità, capace di apprezzare anche le culture altrui.
Si tratta di un'antropologia che contiene molti elementi inediti, da
approfondire in linea preliminare sotto l'aspetto teologico, filosofico, sociologico in
sedi evidentemente diverse da questa. E' opportuno dire intanto che qualche accostamento
è possibile accennarlo, fatte le dovute differenziazioni: con la versione buona dell'uomo
di Hobbes - homo homini deus - che vivendo la carità e la pace si eleva "ad
similitudinem Dei"; e con l'uomo di Aristotele, il quale ipotizza che
l'intelletto "o sia esso stesso divino o sia la parte più divina che è in
noi". Sarebbe anche interessante compiere qualche confronto con la "antropologia
soprannaturale" di Rosmini, e ancor più con quella, or ora accennata, dell'enciclica
paolina.
b) l'agire politico di tale uomo è: il maturarsi in lui dell'amore inter-personale
in amore sociale. Questo è solidarietà e reciprocità tra cittadini, tra gruppi sociali,
tra culture, tra popoli, con relazioni condotte su un modello "trinitario"; è
impegno per sanare le disarmonie e piaghe sociali, quale risposta qui e oggi al grido di
"Gesù abbandonato" in ogni soggetto debole e situazione critica.
c) il popolo: è visto come "popolo di Dio" planetario, distribuito in
etnie diverse, destinate a riscoprire il loro originale essere comune e a diventar UNO;
con rispetto delle varie identità, tutte armonizzabili; dall'"amare la patria altrui
come la propria" - vissuto dai cittadini - si passa all'amarsi dei popoli fra loro e
al dialogo delle culture, per giungere alla "comunione mondiale" di culture e di
popoli.
d) la famiglia è soggetto sociale primario e si pone come modello, stimolo e
preparazione per i singoli aspetti della comunità politica.
e) il cittadino: è cosciente della sua filialità
divina, del "Cielo" che è in lui; lo è anche dell'autorità che,
"data da Dio ad ogni uomo", fa di lui "la prima partecipazione dell'amore
di Dio per la città, e lo rende "non l'oggetto ma il soggetto vero della comunità
politica"; perciò tiene atteggiamenti più attivi, razionali, responsabili di fronte
alle strutture; cura la propria formazione politica; agisce in unità con altri - almeno
in due - e trova nuove forme di partecipazione; sceglie un partito ragionando e amando e
non odiando, per convinzione e non per interesse, sa riconoscere il vero e il buono che è
negli altri partiti, matura per sé e diffonde una nuova concezione del ruolo dei partiti;
aiuta nella verità e nella carità i gestori della cosa pubblica a svolgere bene i loro
compiti; non ha nemici politici, ma solo politici con opzioni diverse dalle sue,
"candidati" anch'essi all'unità, vale a dire almeno al dialogo costruttivo.
f) l'autorità: "viene da Dio", è "partecipazione" della sua
autorità; l'autorità data da Dio "ad ogni uomo" costituisce la "radice
della specifica partecipazione ad essa che investe" chi deve curare il governo della
città. Ora, se Dio è amore, se è Trinità, ne vengono due conseguenze razionali: - l'autorità
umana partecipa dell'amore di Dio per l'uomo; - l'autorità è un rapporto
secondo il modello "trinitario", cioè reciprocità fra governanti e
governati. Modello "trinitario" vuol dire anche non concezione monolitica e
totalizzante del potere e della polis, ma intreccio vitale di unità e pluralismo.
Viene precisato che la sovranità di Dio "non è assoluta" ed agisce col
"libero contributo" dell'uomo che, "può" darlo o no. In tal modo si
immette un'anima nel potere; e in ogni gestore della cosa pubblica si illumina la
coscienza del suo operare il bene dei cittadini, nei quali scorge lo stesso
"divino" che è in lui. Con tutto questo discorso Chiara L. non propone la
"sacralizzazione del potere"; anzi esprime esplicito "riconoscimento della
specificità della politica, con le sue proprie competenze", e respinge ogni
integralismo. Né d'altro lato pensa alla resistenza violenta dei
"monarcomachi".
La sua posizione "dottrinale" trova attuazione ed esegesi nel
comportamento "storico" dei suoi - già esposto - di fronte ai governi comunisti
dell'Est europeo: riconoscono anche l'autorità politica dei "senza-Dio"; e non
si limitano a "pregare per la conversione" del re ingiusto, come suggerisce
Bossuet, ma amano le persone delle strutture, anche i carcerieri, aiutandole così a
gestire con più umanità il loro potere.
g) la partecipazione: alla luce di quanto detto nei punti
precedenti e si dirà in quelli che seguono, l'uomo che vive il suo esser cittadino,
titolare in radice di una autorità, partecipa alla gestione della cosa
pubblica non come ad un potere che sia di altri, ma a qualcosa di proprio, ad una
responsabilità affidatagli dal Creatore prima che dalle leggi di una maggioranza; ne
scaturisce uno stimolo a rivedere, sul piano del diritto costituzionale e pubblico,
istituti fondamentali quali la delega, la rappresentanza e la stessa partecipazione
politica.
h) il collegamento di umano e divino: sembrerebbe un concetto - e,
per i credenti, una realtà - del tutto religioso e spirituale; invece è finalizzato ad
essere concreta categoria storica e politica. Ciò si verifica per due vie: - la
fede nell'agire della Provvidenza dentro le vicende dei singoli e dei popoli; - il
richiamo costante a concetti mistici (Gesù nei fratelli, specialmente negli
ultimi, Gesù in mezzo a noi, l'Abbandonato in croce, il "Corpo mistico") quali
stimoli a rapporti sociali e politici molto più profondi. Nella prima via il saper di
"non essere soli" nel "costruire la città terrena e rinnovare il
mondo" non ci addormenta in fatalistico provvidenzialismo, ma accresce luce e vigore
del nostro operare storico.
Seguendo l'altra via, Chiara Lubich trae dal Vangelo sempre nuove motivazioni
per "mettere l'uomo al centro dei nostri interessi" e per "portare l'aiuto
all'uomo alla massima tensione", onde "ristabilire gli equilibri sociali" a
risurrezione di ogni abbandonato, singolo o gruppo sociale o popolo ; e scava
l'anima di quelli che sono al potere, sì che producano una politica più rispettosa verso
l'uomo, non passionale e violenta, ma giusta e secondo ragione. Parla di "politica di
Gesù" e di "Maria regina" e invita a governare con l'amore di questi
Due, un governare che, come quello del sovrano divino, è garanzia di libertà.
i) l'amore: è già presente nei punti precedenti non come un
sentimento limitato alla sfera affettiva privata o elevato e circoscritto a livello
spirituale, non come un preambolo al "politico", ma come amore sociale,
come vera e propria categoria politica. Emerge sempre più
pressante il concetto di politica, essenzialmente, come rapporto e, nel pensiero di
Chiara Lubich, come rapporto di reciprocità ( = amore reciproco): - tra i
cittadini ; - tra i cittadini e i responsabili pubblici; - tra questi; - tra i popoli.
Anche il cointeressarsi della Provvidenza ai concreti problemi dell'uomo è la
"logica dell'amore" di un Padre verso i figli; e la "sovranità" e
"regalità" che vengono dall'alto sono sostanziate di amore e sono poste come
modello di governare amando. Quanto tratto già dai testi documentari sopra utilizzati,
possiamo arricchirlo con riferimenti ad altre pagine, rileggendo il tutto con alcune
specificazioni:
- l'amore, se è l'anima del governare, garantisce le libertà umane e civili; e
nobilita la "vocazione [
] di deputati e capi di Stato", rendendola una
"continua opera di misericordia" verso ogni bisogno della polis;
- illumina le "gallerie oscure" che interrompono il tessuto sociale, è fattore
di efficacia organizzativa in ogni campo, facilita il funzionare delle strutture;
- l'amore richiesto al cristiano dalla sua fede nel "Corpo mistico di
Cristo", se vissuto fino in fondo, opera su orizzonti sconfinati: farà fiorire
l'"agire unicamente per amore di un altro popolo", favorirà la "reciproca
stima fra gli Stati, fra i popoli", riuscirà a "trapiantare" l'amare il
prossimo come se stessi anche nei rapporti "tra Stato e Stato";
- ci sono altri nomi dell'amore: questo concetto a cui non è facile riconoscere il
diritto di cittadinanza in politica, Chiara Lubich lo esprime anche in termini, diciamo
così, 'civili', laici. Analizzando la nostra epoca, scorge "forme già
realizzate di unità nel campo politico", un diffuso "senso di solidarietà",
una ammirevole "sensibilità", anche in altre culture, "verso una fraternità
poggiata sull'amore".
Per suo conto auspica una "umanità come unica fraternità".
Ed afferma: "Dei tre ideali proclamati dalla Rivoluzione francese - libertà,
uguaglianza, fraternità - è il terzo che deve ormai passare in primo piano, anche per
ridonare senso più reale agli altri due"; poi subito applica il concetto allo
specifico politico, traducendo la fraternità in "dialogo" su vari
piani, compreso il procedere del pensiero politico: "l'ideale della fraternità
è la forza che può favorire il dialogo non solo tra i partiti e tra i popoli, ma
anche tra le grandi correnti di pensiero politico-sociale".
Su ciascuno di questi concetti e sul loro organarsi in quella unità di
pensiero ch'essi hanno in Chiara, bisognerà svolgere il necessario lavoro di
approfondimento. Intanto ci sembra si addica una riflessione: se il contenuto dei nove
punti sopra esposti (specialmente alcuni), integri un quadro che possa qualificarsi come
"teologia politica" e "teologia della storia".
Non pretendiamo di affrontare qui e di risolvere la questione, che si fa
delicata, soprattutto dopo che edizioni varie di "teologia politica" ne hanno
compromesso il significato; talvolta, infatti, si conclude col "politicizzare la
teologia" o, all'opposto, col "sacralizzare il potere politico", oppure si
esaspera la cosiddetta "analogia" tra la sovranità divina e quella politica
finendo col porre presupposti adatti a giustificare l'assolutismo e il decisionismo.
Sarà una questione da esaminare in dialogo tra teologi e filosofi, non solo
raccogliendo con maggior completezza pensieri sul "politico" di Chiara Lubich,
ma anche, e soprattutto, partendo dalla sua teologia. Per intanto occorre capir bene il
suo pensiero su questo flusso ininterrotto del divino verso l'umano e del ritorno di
questo verso il primo. Possiamo forse, per aiutarci, trarre spunto da quel tentativo di
conclusione che il teologo Luigi Sartori appone al non molto lontano convegno sulla
teologia politica.
Di importanza fondamentale è - ci sembra egli suggerisca - che quando si
parla del "darsi del "divino" dentro l'"umano"" in merito
alla politica, si tenga ben presente una verità di fondo: non è solo l'autorità ad aver
"capacità di "rappresentare" Dio", né lo è
"primariamente", poiché la "prima e fondamentale imago Dei "
è l'uomo; è questi che "eventualmente riflette la propria "forma divina
partecipata" su altre realtà come l'autorità e il potere".
Ed in Chiara Lubich la valenza fondamentale data all'uomo come imago Dei
è di solare evidenza, ed è una imago così "riempita di Cielo", che -
ne ripetiamo la citazione - se io uomo aderisco al divino, esso è "la Realtà vera
di me, il mio vero io": sembra esserci una imago scolpita a così alto
rilievo, che potrebbe stimolare una "antropologia soprannaturale" con molte
novità. Così pure, se una "teologia politica" si dovesse riscontrare in C.
Lubich, se ne dovrebbe parlare in termini abbastanza diversi da quelli finora in uso.
Anche per tale questione, come per i punti già esposti del pensiero di lei,
si potrebbe trarre qualche utilità dalle nostre riflessioni enunciate nella
"premessa necessaria"; la quale ci accompagnerà ancora nel procedere verso la
conclusione del nostro tema.
Risorge la città
Andiamo, dunque, alla ricognizione per sommi capi dei principali
"documenti" del pensiero politico di C.Lubich, quasi tutti già citati. Li
esporremo ora in ordine cronologico, in una operazione che servirà ad integrare l'analisi
condotta su alcune sue tematiche di fondo; e li ricollocheremo nei propri contesti storici
(storia del Movimento dei focolari), evitando il più possibile ripetizioni sia con quanto
già detto, sia per i "documenti" stessi fra di loro.
All'inizio della sua attività "pubblicistica" con concetti
politici, oltre all'articolo sul giornaletto trentino sopra ricordato (febbraio 1948),
troviamo nell'ottobre dello stesso anno uno scritto su "Fides", mensile di una
Pontificia opera romana, a diffusione nazionale: vi espone spirito e prima espansione
dell'appena nato Movimento; accenna al "problema sociale" e alla "soluzione
del dramma di oggi" (dell'oggi post-bellico), parla di "vera pace da ridare al
mondo". A provocare l'articolo è stato il direttore del mensile, Igino Giordani, da
lei conosciuto nel settembre in un incontro, i cui elementi - luogo, personaggio,
conseguenze - appaiono oggi come indici di una linea storica, inimmaginabile allora per la
stessa protagonista: linea tesa a dare evidenza all'elemento 'civile', insito nella di lei
vocazione religiosa. Si aggiunga: Giordani, terziario domenicano e ammiratore di Caterina
da Siena, maestra spirituale di tanti politici , vede la vergine senese riprodotta nella
giovane trentina ; e - così facevano i "caterinati" - le propone di far voto di
obbedienza a lei. La contro-proposta di lei è: un "patto" alla pari e non solo
tra due, un "patto di unità in Gesù Eucaristia". Una storia che non voglia
essere solo cronaca, deve notare e valutare al giusto come l'idea del "patto"
non le nasca con le sue prime compagne, ormai da un quinquennio "consumate in
unità" con lei e tra loro, secondo la scelta evangelica fatta insieme e davvero
vissuta. Nasce, invece, con un personaggio del "mondo": coniugato e con figli,
scrittore, molto più anziano di lei, e, soprattutto, politico in un punto alto delle
istituzioni.
E' segno ancor più specifico del forte radicamento che tra le altezze della
"spiritualità dell'unità" godeva non solo un "civile" globale,
generico, ma il vero e proprio "politico", in un quadro di agire umano dove
G.B.Vico non esiterebbe a scorgere l'agire a più ampio orizzonte di una "mente
superiore".
Ben presto viene un documento di portata fondamentale.
1. Resurrezione di Roma ("La Via", ottobre 1949): vi si annunzia quella
concezione dell'uomo già esposta, e vi si enunzia un metodo; già esperimentato
nella vita di comunione del nascente Movimento, ora lo si applica per la
"rivoluzione" nella vita civile: "risuscitando" il Cielo dentro il
fratello, insieme con lui "compongo una cellula viva", lei scrive; se siamo in
due, Gesù è in mezzo a noi in tutti i luoghi, e con Lui "tutto si rivoluziona:
politica ed arte" e le altre realtà umane già sopra ricordate. Qui ora noteremo con
forza come l'elenco indicativo inizi proprio dalla politica; e sottolineeremo
l'importanza dell'agire anche per tale specifico ambito non da isolati rivoluzionari, ma
come "cellula viva". E la "risurrezione" non è solo di Roma, ma di
ogni città.
E' anche la risurrezione della politica.
2. I "19 punti" consegnati a Giordani (s.d., inedito), costituiscono un
"charta" dell'agire tra i parlamentari: trovare pochi, anche solo due, coi quali
organizzare una "piccola congiura" di unità per "far vivere Gesù in
Parlamento"; trattare come Gesù tutti i deputati senza distinzione di partito (c'è
già in nuce il "Movimento dell'unità"); trovarsi non come politici ma
come cristiani, per santificarsi in quella attività e per rendere il Corpo Mistico
"vivo e fattivo" anche lì; "sappiamo di non essere soli", perché il
Cielo è lì con noi.
3. Lettera a De Gasperi, (4 marzo 1950): Chiara Lubich scrive a lui come
Presidente del Consiglio dei ministri: "E' nostra convinzione che ogni autorità
viene da Dio
Lei ha tutta la grazia di stato per governare l'Italia
dovrebbe
essere l'espressione più luminosa dei suoi e degli altri". La "grazia di
stato": a ricordargli che Chi gli affida quella autorità, lo segue e sostiene come
luce e come amore. "Degli altri": è un termine che afferma il più pieno
riconoscimento alla minoranza del suo rappresentare anch'essa la sovranità popolare, e a
chi governa pone il problema di farsi "espressione" anche dell'opposizione.
4. Diplomazia (novembre 1958): ogni diplomatico nelle sue funzioni può essere
spinto "dalla carità verso l'altro Stato come verso la propria patria"; se lo
farà, vivrà la "diplomazia divina" che ha suo tipico l'agire per il bene
dell'altro; così potrà "concorrere ad attuare rapporti tra gli Stati" come
quelli di carità fra gli uomini, ed a realizzare "il testamento di Gesù tra i
popoli".
5. "O sacerdoti o politici": è il proclama di Chiara al primo incontro
del "Centro S.Caterina" (25 aprile 1959) il suo "documento" più
breve, con un significato ancora da scandagliare: la politica come un sacerdozio dei
laici, chiamati - è una vocazione - ad impegnarsi "nel fronte più minacciato
dal materialismo ateo", spiegherà nel 1962 .
Oggi che abbiamo altri ateismi e nuovi disumanesimi, il documento è del tutto attuale; e
lo ha ripetuto in una conversazione ai Vescovi di varie parti del mondo ad Anzère,
Svizzera. E' una vocazione profonda ed alta, per lei, la politica, ma senza coniugare in
una sola persona le due figure del rex e del sacerdos, come in epoche
passate: per lei c'è o l'uno o l'altro, in chiara dualità di vie vocazionali.
6. Decalogo del "Centro S.Caterina" (maggio 1959 - agosto 1960):
- i primi due punti sono una rifondazione della società ("costruire la
società su Dio, cioè sul Comando Nuovo di Gesù") e dello Stato
("riconoscere l'autorità come partecipazione dell'autorità di Dio"); è una rifondazione
su base evidentemente teologica ma con immediate, intrinseche fluenze umane; di queste
infatti è piena la sostanza eroica del "comandamento nuovo" (amarsi fra gli
uomini fino a dare la vita l'uno per l'altro), ed esse sovrabbondano dalla sorgente che è
il concreto Dio-Amore, che è il "modello trinitario", come già detto nel
paragrafo f) l'autorità, del precedente capitolo;
- si può collegare con essi il punto che pone Maria come modello per il pratico agire
degli impegnati in politica: "dedicarsi al servizio del popolo", ma anche dei
"responsabili delle sorti del popolo". Con questo e con i primi due si configura
un quadro logico, per cui si pensa una politica nuova: tale da far nascere le condizioni
perché i cittadini possano attuare l'amore reciproco sul piano civile, e si realizzi una
reciprocità anche tra loro e gli investiti di cariche pubbliche;
- tre altri punti propongono: una norma preliminare di azione ("lavorare in politica
spiritualmente uniti coi fratelli") e la presenza operante sul piano legislativo
("convalidare le leggi giuste" - "studiarne" altre nuove); il tutto
secondo il metodo di fondo della "spiritualità dell'unità", applicato a questo
concretissimo ambito: quella unità che attira la presenza del "divino" (Gesù
fra due o tre uniti nel suo nome, secondo Mt 18,20) per rendere più illuminato ed
efficace l'agire umano;
- per la prima volta si enuncia un principio finora impensabile: "amare la patria
altrui come la propria"
- a conclusione: considerare che la Provvidenza agisce anche nella vita nazionale e
internazionale.
7. Per l'unità dei popoli (agosto 1959): questo anno così intenso qui raggiunge
il culmine.
Il principio dell'"amare la patria altrui" viene sviluppato, e da
atto dei cittadini ed unilaterale viene elevato ad "amore reciproco fra gli
Stati", in modo che sia "vivo e presente Gesù fra i popoli": allora
"sarà l'inizio di una nuova era". E' una visione profetica su scena planetaria:
pace, aprirsi e donarsi delle culture, crollare delle frontiere come "barriere",
flusso ininterrotto
di beni spirituali e materiali tra terra e terra". Per il
suo realizzarsi un compito particolare spetta ai "popoli cristiani, o ai loro
rappresentanti", "saper immolare il loro io 'collettivo' "; "vivere il
Corpo mistico di Cristo in modo così eccellente da poter tradurlo in corpo mistico
sociale". Si chiede a Cristo Re, a Maria Regina di intervenire per poter
"comporre un nuovo ordine nel mondo".
8. La "magna carta" (1963): un elemento della "più alta e
travolgente rivoluzione" apportata dal Vangelo è costituito dal punto, "là
dove Maria canta: "Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili".
Fermiamoci al versetto più propriamente politico nel riportare il brano del
"Magnificat", contemplato da Chiara L. nella pagina, che s'apre dichiarando:
"la magna carta della dottrina sociale cristiana inizia" da questo
cantico mariano ; è una pagina che, unita a quelle già ricordate nel presente lavoro -
in particolare La condottiera e Maria regina del mondo - ed alle tante altre
di cui è ricca la sua pubblicistica, dà una prima idea del ruolo centrale che la Vergine
di Nazareth svolge nella vita e nel pensiero della fondatrice del Movimento.
Potremmo esaminare più in profondità alcuni documenti già utilizzati
per precisare certe linee antropologiche e culturali (come Per un uomo-mondo,
1967); o per ampliare la conoscenza di tappe fondamentali, quali Verso una nuova
umanità 1983, e Per una civiltà dell'unità 1988. Potremmo cercarne altri, ad
es.,per cogliere il tipo di lettura che Chiara L. ha dato ad eventi cruciali come il
crollo del muro di Berlino (Amare gli uni e gli altri); o per seguirla in un
momento forse il più decisamente politico, quando è intervenuta a una seduta ufficiale
dell'Assemblea federale elvetica con
9. Prospettive per la Svizzera (Berna 1998): illustra l'arte di amare come
fattore di una politica che realizzi l'unità tra le diverse regioni linguistiche,
l'armonia nella crescita economica, il buon funzionamento di uno stato federale.
Per la nascita di una politica ispirata davvero all'amore, e di un nuovo
ordine tra i popoli, procedono numerosi altri temi e messaggi proposti da Chiara negli
anni più recenti, sempre più in sedi pubbliche, come in precedenza è stato ricordato.
Ne scegliamo alcuni per coglierne solo pochi concetti che ci sembrano centrali.
10. Discorso presso la sede ONU (New York 1997): rileva la comune nascita dell'ONU
e del Movimento dalle sofferenze della guerra; esorta la "Conferenza mondiale delle
religioni per la pace" ad affiancarsi all'ONU per sostenerla nell'"affrontare in
primo luogo uno sforzo: [
] superare la categoria del nemico, di qualsiasi
nemico"; invita l'ONU a farsi carico di aiutare l'umanità e comprendere quanto sia
produttiva la "sofferenza accettata per amore": essa "dona all'umanità la
sua più alta dignità: quella di sentirsi non solo un insieme di popoli
ma un solo
popolo, abbellito dalla diversità di ognuno e custode delle differenti identità" .
11. Al gruppo del P.P.E., presso il Parlamento Europeo di Strasburgo (1998):
C.Lubich riduce nel suo tema la parte più specificamente politica, e propone con ampiezza
l'arte di amare e la forza risolutiva di Gesù di fronte ai problemi concreti ; fa
questo davanti ai parlamentari che restano sorpresi ma alla fine coinvolti e pensosi, e
cominciano a riscoprire il senso vero della loro vocazione politica.
12. Ho un sogno (Amman, Giordania, dicembre 1999) : sogna - ne prendiamo solo la
parte politica - che la fraternità vissuta già oggi sulla terra "diventi,
con gli anni del 2000, una realtà universale"; sogna il formarsi di una
"cultura mondiale", in cui "i valori dei singoli popoli s'impongano come
saggezza globale"; in una visione che riecheggia, ma aggiornando, l'idea dantesca
della "monarchia universale" e quella paolina della "Populorum
progressio", sogna un "mondo unito nella varietà delle genti che si riconoscono
tutte nell'alternanza di una sola autorità".
13. Il Movimento dell'unità per una politica di comunione (Castelgandolfo, Roma,
9.6.2000): è il documento recentissimo, già alcune volte citato; ne sottolineiamo solo
due punti: - la fraternità indicata con vigore crescente come categoria politica;
- la precisazione sempre più netta del "politico" come ambito che, pur nel
riferimento ai valori profondi meta-politici, ha sua propria consistenza e specifiche
competenze.
Nel momento di chiudere - ma non di concludere - questi cenni di analisi, ci
sembra opportuno fare un piccolo passo cronologicamente indietro, per ritornare al
14. Messaggio ai politici (Londra, 12.11.1996): inviato agli impegnati dell'appena
nato "Movimento dell'unità", riuniti nei pressi di Roma per un primo bilancio.
Chiara Lubich si rivolge a quelli che intendono accettare la nuova linea, portando al
massimo la sua provocazione dottrinale e di vita per il loro impegno politico:
"pensare la politica come forse mai è stata concepita"; sulla scia di quanto
per la teologia avviene nella Scuola Abbà, "far nascere una politica di Gesù";
e in ultimo, quel patto di unità che impegna a dare la vita per l'altro, lei lo
sintetizza per i politici in una espressione fortissima e nuova: stringiamo "fra noi
un patto reciproco di morte per la vita di Gesù in mezzo a noi". Morte al proprio
io: espressione la più adatta per un campo dove un'idea, una candidatura, una legge
riesce e vive solo sulla morte dell'altro.
La prospettiva di Napoli (2 maggio 1996) era la risposta ad una contingenza
dei cattolici impegnati in politica. Il messaggio londinese affronta la crisi della stessa
essenza della politica; ed invita a viverla, certamente, in modo nuovo, ma anche a
"pensarla", a "pensare" elaborando categorie concettuali
"forse" inedite.
Dopo il crollo del muro, si è reso più evidente il crollo delle ideologie;
ma, soprattutto, la politica si va accorgendo che in lei crollano anche le idealità.
E i disvalori rischiano di soppiantare i valori, senza dei
quali la convivenza di persone e di popoli è messa in pericolo.
La storia d'oggi è a uno snodo essenziale del vivere e pensare politico.
E' su questo che Chiara L. lancia messaggi e speranze forti, andando per
luoghi civili - oltre che per chiese e moschee e pagode - di tutti i continenti, quale
"pellegrina dell'assoluto", chiamato nel contingente storico a rendere più
umana la "città dell'uomo".
(18-06-2000) |